Come un nuovo modello di paternità può modificare, in meglio , le relazioni fra uomini e donne.
C’era una volta il patriarcato, che brutta cosa!
C’era una volta, e purtroppo c’è ancora, il femminismo, che brutta cosa!
Era meglio prima, quando le donne stavano al loro posto e zitte.
E no, adesso tocca a noi dire a voi di stare al vostro posto.
Ma quale è il posto giusto? Chi lo decide? Come si ottiene che l’altro, l’altra, stia al suo posto? Si sta radicalizzando una narrazione basata sulla contrapposizione e sulla rivendicazione, che dà frutti velenosi: maschi, anche giovanissimi, che rivendicano il diritto di “volere” una ragazza e di averla, che aderiscono a gruppi come gli incel, celibi involontari, e condividono progetti di punizione delle donne (definite NP, Non Persone) che li rifiutano. E donne, ragazze, che sconfessano quello che credono sia il femminismo rivendicando il proprio diritto ad essere seduttive, e sfruttare il proprio potere sessuale per ottenere ciò che desiderano dagli uomini. Se sono bella, sostiene una influencer, che bisogno ho di essere femminista?
In questo panorama, non rassicurante, compaiono però personaggi nuovi e inattesi: sono i “nuovi papà”, maschi/padri che scoprono tutte le sfumature di una relazione con i figli basata sull’accudimento, sulla tenerezza, sul contatto emotivo. I nuovi papà propongono un modello di relazione fra i due adulti della famiglia basato sulla condivisione e sull’accoglienza reciproca, in cui il papà non “aiuta” la mamma, ma “fa” il padre e il compagno di vita; in cui il padre è consapevole di rappresentare, per i suoi figli e per le sue figlie, un modello di relazione fra lui e la madre, fra maschile e femminile, di cui si sente responsabile.
Da che pianeta vengono e, soprattutto, dove stanno andando? La loro comparsa sta avvenendo senza difficoltà, senza ostacoli, senza opposizioni? Cosa ha reso possibile il cambiamento che rappresentano, e quali altri cambiamenti positivi può portare un nuovo modo di essere padre, oggi?
A partire dalla sua esperienza di terapeuta della coppia e di consulente genitoriale, Silvana Quadrino* cercherà un confronto con giovani e meno giovani, maschi e femmine, sulle loro esperienze di padri, di figli e di figlie, di madri nel rapporto con i padri dei loro figli, sui cambiamenti percepiti e su quelli desiderabili.
* Silvana Quadrino è pedagogista, psicologa, psicoterapeuta della coppia e della famiglia. Oltre a svolgere l’’attività di psicoterapeuta si occupa di educazione e formazione alla comunicazione nei sistemi umani, dalla famiglia alle organizzazioni, in particolare quelle destinate agli interventi sanitari e sociali. Ha scritto testi sulla comunicazione nelle relazioni di cura e sulle relazioni in famiglia (Capire capirsi, Editori Riuniti, 1994). Alle relazioni famigliari e di coppia ha dedicato anche due romanzi (La torta senza candeline, Feltrinelli, 1994 e Più che una figlia, E/O, 1997) e una raccolta di racconti (Sembravano così felici. Amori e disamori nel tempo dell’incertezza, Chiarelettere, 2021) Collabora con la rivista per genitori UPPA, dove cura la rubrica La palestra delle relazioni e per la quale ha pubblicato vari libri, fra cui A cosa serve un papà, dedicato alle nuove forme di paternità di cui si parlerà in questo incontro.
Copertina: Carmine Carlo Maffei, Paternità
1. Paternità emergente: oltre la conflittualità verso la condivisione della cura
Silvana Quadrino – forte di una lunga esperienza clinica – osserva come i giovani padri manifestino oggi una propensione maggiore all’accudimento, fin dalle fasi precoci della vita dei figli. È un mutamento – dipendente certo da più recenti trasformazioni sociali e aspettative culturali – che trova la sua base antropologica a livello di processi neurofisiologici documentati: il contatto dell’accudimento attiva e sviluppa aree cerebrali deputate alla cura, rafforzando così il piacere stesso nell’accudimento.
Questa figura di paternità emergente è anche in grado di modificare la relazione di coppia: «dare ai figli un’immagine di relazione di coppia meno basata sul potere, più basata sulla suddivisione dei compiti». Ma non è priva di conflittualità. Le famiglie d’origine, più tradizionali, finiscono per leggere la cura paterna come perdita di ruolo; le donne stesse faticano talvolta ad accettare modalità diverse di accudimento. Sullo sfondo agisce una narrazione polarizzante: l’uomo “maschilista tossico” da un lato, la donna “femminista che pretende” dall’altro, amplificata anche da una modalità di comunicazione “aggressiva”, socialmente diffusa nel contesto tecnologico dei social media.
Superare tale cornice significa ridefinire il linguaggio della cura: non si “aiuta” l’altro genitore, si condivide una responsabilità della cura come spazio condiviso. Questa condivisione richiede una competenza relazionale spesso dimenticata: la valorizzazione reciproca, cioè la capacità di riconoscere e nominare ciò che piace nel modo di essere e di fare dell’altro nella gestione della vita di coppia. Questa pratica, semplice ma potente, è «alla base di una genitorialità “sana”, che dà un modello di relazione di coppia valido per i bambini».
(1, continua)
2. Modelli genitoriali, tra bisogno di accettazione e cura della parola
L’«essere accolto, accettato e valorizzato» è un bisogno affettivo e sociale primario – fonte di benessere –, fondamentale per l’orientamento di un bambino nel mondo: fin dall’infanzia un bambino, in ragione della sua dipendenza vitale dalle figure genitoriali, interpreta le risposte degli adulti come indicatori normativi – “va bene”, “va male” –, in base a cui struttura i primi modelli di riferimento. Quando tali risposte risultano incoerenti, si configura un attaccamento insicuro, che genera confusione e vulnerabilità nelle prime competenze affettive.
Come le dinamiche di approvazione intervengono sulla dotazione innata – il temperamento – di un bambino? Come possono modellarne l’evoluzione del “carattere”, la soggettività relazionale? Uno schema discorsivo minimo può aiutare a capire il problema: la distinzione tra giudizio conformativo (“sei bravo”) e riconoscimento personale (“mi piace ciò che fai”) mostra infatti come una semplice differenza linguistica sia l’indice di una radicale diversità di posizione – prescrittiva il primo, emancipante il secondo – all’interno della relazione educativa.
In questa prospettiva, la parola assume la valenza ambivalente del phármakon: dispositivo capace di produrre effetti regolativi, rassicuranti o disconfermanti. Tale ambivalenza è evidente anche nelle relazioni di cura: interviene concretamente nella modulazione linguistica del dolore. La cura della parola si configura così come competenza relazionale essenziale, è una forma di responsabilità: una pratica che produce effetti concreti sulle relazioni che ci formano e che, in modi più o meno visibili, continuano a modellare il nostro modo di stare nel mondo.
(2, continua)
3. Paternità e ordine sociale: costruire legami oltre il paradigma maschile del potere
Qual è la competenza affettiva richiesta oggi a un padre nell’educazione di una figlia? Per Silvana Quadrino, non sta nel fornire un modello educativo prescrittivo, ma un modello esplorativo, di scoperta delle modalità autonome di risposta al mondo, che si traduce nel compito principale di «consolidare le risorse dei nostri figli». La tentazione maschile di assumere un copione di attacco-difesa come reazione “giusta” – anche là dove una figlia, fin da bambina, è esposta ai rischi dello “sguardo maschile” – risponde a un paradigma di potere, anziché di autonomia, di sviluppo della capacità di “mettersi in sicurezza”, di sentire di avere controllo sulla propria vita, specialmente in contesti di fragilità.
Sul piano sociale, emerge un doppio movimento: da un lato la lunga storia delle rivendicazioni femminili contro un sistema che ha limitato opportunità e libertà; dall’altro un “rebound” maschile che interpreta tali conquiste come una perdita di status, che alimenta fenomeni di aggressività – come è nella cultura Incel – che rivendica perfino un presunto diritto maschile al desiderio femminile. Questo ritorno del paradigma del potere rappresenta una minaccia strutturale al benessere delle relazioni.
In questo scenario, la famiglia può diventare uno spazio contro-culturale: un luogo in cui mostrare – più che insegnare – relazioni basate su rispetto, condivisione e responsabilità. Dentro una società impregnata da dinamiche pervasive di potere, l’“almeno”, evocato come logica etica, indica la possibilità di generare micro-pratiche alternative: se il sistema non cambia, «se niente funziona, almeno faccio io bene la mia parte», a partire dalle proprie relazioni quotidiane.
(3, continua)
4. Per un’ecologia della comunicazione di coppia
La differenza tra due semplici formule linguistiche – dire “bravo”, “così si fa” o dire “mi piace” – rivolte all’altro di una relazione affettiva non è priva di conseguenze: la prima rimanda a una valutazione della prestazione secondo un “gioco” implicito deciso da chi parla, la seconda, rende esplicito un vissuto soggettivo di chi parla, senza rimando a un criterio di approvazione. Ma cosa succede quando temi politici e culturali – femminismo, patriarcato, ruoli di genere – entrano nello spazio dell’intimità di una coppia?
Là dove il messaggio assumo la forma impersonale del divieto o della prescrizione morale – del “non si fa” o “non si dice” – c’è il rischio di produrre una adesione formale più che una trasformazione profonda delle dinamiche più sottili della relazione. Parlare in prima persona, formulare richieste anziché ordini, separare l’esperienza personale dall’enunciazione ideologica sono pratiche di una basilare ecologia della comunicazione.
L’ideologia serve a fare politica nello spazio pubblico, per produrre cambiamento sociale; nell’intimità, comunicare non significa educare il partner a un modello corretto, ma rendere conoscibile ciò che ci fa piacere o ci ferisce, lasciando spazio alla possibilità che l’altro non riesca sempre a soddisfare la nostra richiesta. Che, altrimenti, il dialogo si trasforma in un esercizio di controllo, più che di incontro.
Per una cura della comunicazione di copia, è meglio evitare semplificazioni. Le relazioni umane seguono la logica della complessità, non quella delle categorie rigide dell’identità: non esiste “il” maschile o “il” femminile in astratto, ma modi singolari di essere uomini e donne, che entrano in relazione in maniera imprevedibile.
(4, continua)
5. Pratiche di parola ed emozioni: la polarità di genere e la condivisione possibile
Il parlare in gruppo – uno spazio di parola – è oggi anche una pratica al maschile. In un cerchio di autocoscienza tra uomini – un’eredità dei movimenti femministi degli anni Settanta – la parola diventa esperienza di ascolto, empatia e aiuto emozionale reciproco, sottratta alla logica della prestazione che caratterizza molti spazi sociali maschili tradizionali.
La difficoltà di dare espressione alle emozioni di vulnerabilità – «l’accesso alle lacrime», una possibilità storicamente legittimata per le donne – è certo il risultato di un’educazione al controllo emozionale più tipica della cultura maschile. Ma è forse, questa, una distinzione impropria e ancora irrisolta: la possibilità di mostrarsi deboli, sconfortati o fragili, come disposizione reciproca, resta una competenza relazionale critica per tutti, nonostante decenni di riflessioni su questi temi.
Infatti, il rischio è di fare della differenza nell’accesso alle emozioni un’etichetta di genere, e della distinzione tra pratiche di parola una nuova gabbia identitaria. L’esperienza dell’umano, come sottolinea Chiara Landucci, eccede sempre le polarità maschile e femminile e non può esservi ridotta.
È nell’esperienza di coppia che è possibile, per Silvana Quadrino, sperimentare il conflitto tra storie, valori e abitudini differenti – e spesso nel farsi genitori ciò significa confrontarsi con modelli educativi diversi, ereditati dalle famiglie di origine – come condizione di una «condivisione possibile», come uno spazio di negoziazione.
(5, continua)
6. La genitorialità come esperienza dell’imprevisto, senza manuale di istruzioni
La genitorialità può essere appresa in anticipo oppure prende forma solo nel corso dell’esperienza? Da un lato, l’esigenza di affrontare questo passaggio in modo consapevole, attraverso uno “studio preparatorio”, nel tentativo di interrompere la semplice ripetizione dei modelli ricevuti, appare come un atto di responsabilità; dall’altro, c’è limite strutturale del sapere anticipato non eliminabile: un figlio non è un oggetto educativo, ma un soggetto attivo che entra nella relazione e la trasforma.
Nessun manuale di istruzioni può prevedere ciò che accade nell’incontro con quel bambino specifico. La genitorialità si configura così come un’esperienza dell’imprevisto, priva di istruzioni definitive. L’«eccesso di prevenzione» rischia di rendere rigida la risposta all’imprevedibilità dell’esperienza reale: per esempio, il bambino “difficile” espone un genitore alla difficoltà di contenere un’emozione primaria come la rabbia, e alla possibilità dell’errore. In questo senso, l’errore non è un fallimento, ma una dimensione costitutiva della relazione educativa.
Quel che serve è assumere una visione relazionale della crescita: ci si forma e ci si conosce solo nell’incontro con l’altro. La genitorialità non è un sapere da applicare, ma un processo che richiede responsabilità, apertura all’incertezza e disponibilità a lasciarsi trasformare da ciò che accade.
(6, continua)
7. L’apprendistato affettivo al tempo dei social
Il fascino dell’“uomo stronzo” (o bad boy) persiste come immaginario, soprattutto tra le adolescenti, non solo all’interno delle dinamiche digitali dei social, ma anche nella realtà delle relazioni affettive, in cui, nonostante la “destrutturazione” maschile dei modelli di identità di genere tradizionali, continuano a operare forme di “relazioni prevaricanti”, quando non di violenza, troppo spesso giustificate come forme di intensità emotiva – Lui mi ama.
La persistenza di matrici culturali profonde e cicliche, chiama in causa il ruolo educativo del modello di coppia offerto dagli adulti: un’educazione sessuo-affettiva in divenire non può consistere nella proposta di modelli di genere – del maschile e del femminile – ma di modelli di “relazione sana”, di una pratica fondata sul rispetto dell’altro in cambiamento, di negoziazione delle trasformazioni stesse, e sulla possibilità di separarsi senza distruggersi.
In un tempo di apprendistato affettivo, in cui il prolungamento dell’adolescenza e il ritardo dell’indipendenza economica rinviano l’ingresso nei compiti di crescita dell’età adulta – per cui il modo di vivere sessualità e legami, spesso è ancora gioco più che progetto – la relazione sana diventa essa stessa un dispositivo di educazione consapevole delle trasformazioni socio-economiche profonde in atto, non riducibili all’ambiente dei social.
(7, continua)
8. Maschile e femminile, tra dotazione biologica e costruzione sociale
Nel dibattito sui modelli di genere maschile e femminile, il tema della loro differenza continua a oscillare sulla prevalenza da assegnare, da un lato, alla dotazione biologica – differenze corporee e neurobiologiche, selezionate dall’evoluzione, che costituiscono una base reale dell’esperienza dell’umano – e, dall’altro, alla costruzione sociale – i processi di socializzazione e le aspettative culturali che intervengono a orientare, a rinforzare o contrastare, tale dotazione.
Il fatto che il cambiamento dei modelli di genere – soprattutto dell’identità femminile ad opera anche del movimento femminista e, in modo più tardivo e non così diffuso, anche dell’identità maschile – non investa in maniera uniforme la società, più che di un presunto “determinismo biologico”, è forse la dimostrazione di come gli stereotipi di genere continuino a persistere come cornici normative potenti. E, inoltre, la risposta soggettiva a tali “imposizioni” culturali resta aperta e imprevedibile.
Le trasformazioni contemporanee – dalla fluidità di genere all’ibridazione tecnologica della biologia – ampliano gli spazi di possibilità attraverso cui l’umano prende forma nel tempo: nell’intreccio tra natura e cultura, il maschile e il femminile appaiono meno come entità chiuse e più come campi di esperienza relazionale, dove l’individualità emerge dalla differenza e dal conflitto, ed è in continuo movimento. «Nessuno di noi – dice Silvana Quadrino – è uguale a sé stesso, mai»: è uno spazio di relazione che evolve, dove il singolo si interroga sul limite della sua natura, sulla definizione del suo stesso abitare il mondo.
(8, continua)
9. Entrare nel cambiamento: l’avventura di crescere come genitori
Al di là del dibattito ideologico su cosa sia una famiglia, la pluralità delle configurazioni famigliari – una caratteristica della storia umana – è diventata una novità interna alla stessa società occidentale, dove ha prevalso per secoli l’idea della famiglia basata sulla coppia coniugale. La diversità dei modelli di famiglia è ormai data per acquisita. Che cosa allora significa offrire oggi un contesto di crescita per i figli?
Le ricerche epidemiologiche disponibili, sviluppate soprattutto negli Stati Uniti su un arco di circa due generazioni, ci aiutano a spostare lo sguardo dalla struttura formale all’esercizio effettivo dell’esperienza genitoriale: non è la struttura della famiglia in sé – omogenitoriali o eterogenitoriali – a determinare una relazione sana con i figli, ma ciò che fa la differenza è l’irruzione dell’affettività e la sua valorizzazione nella relazione genitoriale.
È il criterio dell’affettività come ricerca di un equilibrio relazionale, che oggi legittima il mutamento nelle forme familiari nel più ampio contesto della vita sociale: al centro della relazione genitoriale, nelle più diverse modalità, c’è l’incontro con un figlio, come portatore del diritto al benessere, destinatario di un investimento affettivo.
Il vero criterio di “miglioramento”, per Silvana Quadrino, riguarda la responsabilità individuale: crescere come genitori significa entrare nel «cambiamento», un’avventura relazionale, attraverso un altro radicalmente diverso da sé stessi: «Fare un figlio è un’avventura fantastica, perché è il momento in cui tu vedi il “cambiamento incarnato”», di cui si è parte e si contribuisce a modellare. E, al riguardo, non esiste un manuale di istruzioni, perché non c’è il modo giusto di fare i genitori.
(9, fine)
10. Educazione affettiva al maschile – Momento conviviale 1
Del frivolité* o della difficoltà del lavoro educativo
Gabriel Berisha: – Quanto noi siamo responsabili della passione oppure dell’essere di nostro figlio? L’idea di dire che io devo anche dare una strada a un mio figlio, cioè indicare un percorso, per me è difficile, perché la mia responsabilità è quella di fargli capire qual è la sua strada – questo è che io penso. E questo è come uscire un po’ fuori da quello che io penso che sia giusto.
Silvana Quadrino: – La difficoltà del lavoro educativo, sia con i figli che nella scuola, è proprio questa qua: che il tuo compito non è di dirgli cosa deve imparare, cosa deve saper fare, il tuo compito è di insegnargli ad entrare in contatto con le sue risorse.
* Nel corso della conversazione si fa riferimento al frivolité. Il frivolité (o chiacchierino) è un’antica tecnica di merletto.
11. Educazione affettiva al maschile – Momento conviviale 2
Sul movimento Incel, una teoria della storia
Matteo Frau: – Il movimento Insel, secondo me, è nato anche da una sorta di invidia dei maschietti nei confronti delle femmine. A me interessa il movimento Insel dei giovanissimi, perché loro, non hanno avuto il tempo di essere maschilisti, ma perché sono bambini, sono solo stati socializzati in un modo patriarcale, al limite. Mi sembra che l’invidia nasca dal fatto che alle bambine, quando vengono cresciute, gli viene detto: – Allora tu non sei solo tu, tu fai parte della grande storia delle donne e adesso ci stiamo liberando, vieni con noi. Grande, una bellissima storia millenaria, cioè è bello, è trascendente ed è politico, è bello! Invece il maschio non ce l’ha questa cosa qua, viviamo in un mondo assolutamente non politico, non c’è assolutamente niente. Il maschio è il maschio, cioè viene detto: – Tu curati, punto.
12. Educazione affettiva al maschile – Momento conviviale 3
Contro il femminismo: il maschio sex symbol e la femminilità
Matteo Frau: – Una mia amica mi ha detto: – Io ce l’ho col femminismo, perché a me piace il maschio maschile, a me piace peloso, a me piace che ci sia un po’ di… e invece sto femminismo me li sta facendo tutti i finocchi, per dirla alla francese. Comunque questo elemento mi ha sempre divertito…. e l’ho collegato molto al fatto che forse ci mancano nuovi sex symbols, sex symbols. Però c’è da dire che comunque il sex symbol negli anni ’60-’70-’80 non è mai stato il maschio che si apriva, il maschio che è…
Silvana Quadrino: – Tenebroso
Matteo Frau: – …tenebroso, maledetto, terribile; negli anni ’80-’90, uguale, tenebroso ma che si suicida…
Andrea Argena: – Kurt Cobain.
Matteo Frau: – Kurt Cobain, eeeh!
Silvana Quadrino: – Negli anni ’90, gli Yuppies con la Porsche.
Matteo Frau: – Ecco! E oggi? Non so. Mi interessa anche questa cosa qua.
Silvana Quadrino: – Allora, parlare di femminista identificandolo con la femminilità è un po’ un errore logico, perché in realtà non c’è la ragazza che è femminista, la donna femminista, c’è una donna che ha aderito, ha provato, ha fatto proprio alcuni principi [del femminismo].