In arrivo / Cena Nº112 - Giovedì 19 Febbraio 2026

Il mondo da Porta Palazzo

con Gabriele Proglio

A ridosso del centro di Torino, il mercato all’aperto di Porta Palazzo rappresenta, fin dal 1835, un osservatorio privilegiato per analizzare le trasformazioni sociali, culturali e urbane della città. Luogo di approvvigionamento quotidiano per le classi popolari, è anche uno spazio di incontro transculturale, in cui esperienze, prodotti, pratiche e saperi alimentari dialogano e si trasformano a vicenda.

Fin dalla sua origine, Porta Palazzo è stato punto di approdo per le molteplici migrazioni che hanno attraversato Torino: dai flussi interni dalle campagne piemontesi e dal Mezzogiorno, alla mobilità diasporica proveniente da Africa, Asia e America Latina, divenendo così simbolo di stratificazioni storiche, di intrecci di memorie e della coabitazione di temporalità differenti, dove si condensano dinamiche globali e pratiche locali.

Attraverso oltre duecento interviste orali condotte tra venditori, clienti, abitanti della zona, e alle otto principali comunità diasporiche di Torino, Gabriele Proglio* compone una narrazione polifonica in cui il cibo e l’alimentazione sono impiegati come dispositivi memoriali. L’oralità non è solo mezzo di conservazione del ricordo, ma anche sistema capace di attivare complesse memorie sensoriali costituite da immagini, odori, suoni, gusti e percezioni tattili.

Insieme a Gabriele Proglio ci chiederemo cosa significa interrogare le memorie di soggettività provenienti da “altrove” che utilizzano il cibo e le pratiche alimentari per reinventare, nella quotidiana semplicità del nutrirsi, le appartenenze multiple alle comunità coinvolte, per descrivere emozioni e stati d’animo dell’essere in diaspora. Esploreremo come in questo spazio liminale di scambio e di incontro si intrecciano storie individuali e linguaggi collettivi, che delineano un affresco della città che cambia, dove passato, presente e futuro si incontrano tra i banchi del mercato.

* Gabriele Proglio è professore associato di Storia contemporanea presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Ha lavorato all’Università della California Berkeley, allo European University Institute, all’Université El Manar di Tunisi, negli atenei di Coimbra, Ankara e Grenoble. Tra le sue più recenti pubblicazioni nel campo della storia orale ricordiamo The Horn of Africa Diasporas in Italy. An Oral History (Palgrave, 2020) e I fatti di Genova (Donzelli, 2021).

Immagine di copertina: Porta Palazzo – Istallazione, Spazzatura (2005)

1. I confini del mercato – Prima parte: storia orale e diritto all’opacità

Una domanda solo in apparenza spaziale: dove sono i confini del mercato di Porta Palazzo? La ricerca di storia orale di Gabriele Proglio mostra che il mercato non coincide con lo spazio regolare della piazza, e neppure è situato, al presente, in un’unica temporalità.

Assumere lo strumento della storia orale – critica nei confronti della storia come archivio, parola che, da arché, rinvia al palazzo del governo dei magistrati (gli arconti), a indicare in origine il luogo di conservazione degli atti pubblici, della legge, come emanazione del potere – significa mettere in discussione la storia documentale, nel suo essere espressione del punto di vista dominante. Al contrario, intervistare lavoratori regolari e irregolari, legali e illegali, uomini e donne migranti – le vite subalterne, degli “ultimi”, che gravitano per il cibo lungo i confini di Porta Palazzo – significa spostare lo sguardo: fare storia dal basso, raccogliere memorie nella strada, in un intreccio dialogico di reciproca responsabilità.

L’esperienza dei confini dell’Europa mediterranea – nei campi tra Bosnia e Croazia, di Ventimiglia, di Lampedusa, di Lesbo – è ciò che ha consentito infatti a Gabriele Proglio di rendere evidente il rischio della normalizzazione: tradurre la violenza sistemica subita dai migranti nella lingua e a partire dal posizionamento del ricercatore (maschile, europeo, privilegiato) significa renderla comprensibile secondo categorie occidentali, ma “diversa” per chi tenta di oltrepassare il confine.

Per uscire da questa impasse, decisivo risulta il riferimento a Édouard Glissant e al suo “diritto all’opacità”: non tutto deve essere reso trasparente; esiste un’eccedenza dell’esperienza che resiste alla rappresentazione imposta da un occidente che utilizza il confine per definire ciò che sta di qua e ciò che sta di là.

(1, continua)

2. I confini del mercato – Seconda parte: memorie del cibo e futuri differenti

Applicare il principio del “diritto all’opacità” di Édouard Glissant alla ricerca su Porta Palazzo ha significato per Gabriele Proglio affidare le interviste a donne bilingui interne alle comunità migranti. La condizione collettiva delle comunità migranti e diasporiche – l’esperienza emozionale di uno stato di sradicamento dell’“essere qua”, un vivere tra cultura d’origine e cultura adottiva come “doppia coscienza” (WEB DuBois) o, analogamente, come “doppia assenza” (Abdelmalek Sayad) – si riflette nelle memorie del cibo, a cui si associa l’intraducibilità di alcune parole, come ghurba o hanenn, che non coincidono con la parola “nostalgia”.

Il mercato non finisce nella piazza, esso continua nelle case e nelle cucine. Nei rituali dell’alimentazione, il mercato – non solo spazio economico, ma luogo affettivo e simbolico – apre a mondi molteplici: ogni cibo –  la patata peruviana, la ciorbă rumena, il peperoncino cileno o il panettone peruviano –  racconta storie insieme di perdita e di reinvenzione. «Il mercato è uno, ma in realtà è molti mercati sovrapposti».

A questa stratificazione contemporanea si intreccia quella storica. Porta Palazzo, fin dalla sua origine, emerge come campo di tensione permanente: è uno spazio storico e di storia coloniale – dal provvedimento securitario in risposta alla malattia del colera del 1835 alla retorica imperialista di Mussolini, con la collocazione nel 1935 delle due statue di Cesare e Augusto presso Porta Palatina*, fino alle più recenti immigrazioni – ma è anche laboratorio di convivenza e di invenzione.

Allora i “confini del mercato” diventano la metafora di un processo più ampio: là dove il potere tenta di delimitare, la «comunità degli ultimi», con le sue pratiche quotidiane di relazione attraverso il cibo, «trova sempre un modo di organizzarsi per immaginare futuri differenti», da costruire insieme.

  • Nel 218 a.C., durante la discesa in Italia, Annibale assediò e distrusse Taurasia, capitale dei Taurini, popolo celtico stanziato tra il VII e il III secolo a.C. nell’area dell’odierna città metropolitana di Torino. Dopo la distruzione, l’area non rimase deserta, ma visse un lungo periodo di transizione, e progressivamente si venne a formare una popolazione mista dove la cultura fenicia locale iniziò a fondersi con quella celtica e latina nel vestire, nella lingua e nei culti religiosi. Solo verso il 28-25 a.C., con l’imperatore Augusto, questa mescolanza di popolazioni venne stabilizzata all’interno del nuovo perimetro murario (quello della Porta Palatina) della colonia di Julia Augusta Taurinorum.

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3. Politiche del gusto: il cibo tra gerarchie culturali e memoria coloniale

Il mercato di Porta Palazzo di Torino è uno spazio di convivenza di pratiche alimentari tradizionali, anche informali e irregolari, che raccontano storie di migrazione stratificate, e dove il cibo – quello che metti nel piatto, che è ciò che una società considera commestibile, accettabile o desiderabile – disegna una geografia culturale, un campo politico e simbolico del gusto, che struttura la vita quotidiana del mercato.

La zona del mercato «è stata gestita da sempre, prima ancora dell’Unità d’Italia, come una sacca di persone immigrate verso Torino e che dovevano comunque rimanere fuori dal centro, non avevano né i vestiti, né il portafoglio…, né lo status di poter entrare nel centro.»

Tra bancarelle, spezie e ingredienti tipici, come ci mostra Gabriele Proglio, le pratiche di mercato – la ricerca di sapori e odori, secondo ricette provenienti da altrove – si intrecciano a memorie sensoriali e a pratiche di adattamento e di sopravvivenza legate alle migrazioni contemporanee. In questo senso, il cibo non è solo nutrimento, una pratica domestica o gastronomica, ma è un dispositivo che rende visibili gerarchie culturali e sociali, e riflette anche dinamiche interne alle stesse comunità migranti: ingredienti, modi di cucinare o pratiche alimentari diventato indici della differenze tra città e campagna, tra modernità e tradizione, tra appartenenza originaria e aspirazione al cambiamento.

A queste dinamiche si aggiunge una dimensione storica più profonda. Le rappresentazioni commerciali di molti prodotti oggi quotidiani – come spezie, caffè o peperoncino – conservano tracce di un immaginario che riproduce rappresentazioni razzializzate o sessualizzate dei corpi, risalenti alle rotte commerciali e ai rapporti di potere costruiti durante l’espansione coloniale. Insomma, guardare al cibo significa leggere, nel quotidiano, la storia globale che attraversa la città di Torino.

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4. Porta Palazzo, tra immaginario securitario e pratiche urbane di auto-organizzazione

Da sempre gestita come spazio “contenitore” di una marginalità migrante, l’area di Porta Palazzo è oggi il bersaglio privilegiato di una narrazione mediatica funzionale a politiche costruite sull’insicurezza. Un racconto che alimenta un immaginario securitario e produce una ghettizzazione simbolica: quella di un luogo degradato e pericoloso, lontano però dall’esperienza reale di chi lo attraversa.

In realtà, il territorio vive di reti di solidarietà, pratiche di mutuo aiuto e forme di organizzazione dal basso che regolano la convivenza quotidiana, a fronte di una sostanziale assenza di politiche sociali e di investimenti pubblici istituzionali. A ciò si aggiungono dinamiche di speculazione immobiliare legate ai processi di gentrificazione, che contribuiscono a ridefinirne ulteriormente i confini sociali.

Per Gabriele Proglio, questa distorsione affonda le radici in una svolta precisa: dalla fine degli anni Ottanta «non si è più capaci di pensare al conflitto sociale». Quello che un tempo era riconosciuto come elemento strutturale diventa oggi un problema di ordine pubblico. Il conflitto si depoliticizza, si trasforma in emergenza da gestire, e così si oscurano le cause profonde delle disuguaglianze, rafforzando lo stigma su aree come Barriera di Milano.

In questo contesto, ciò che appare marginale può diventare invece uno spazio politico attivo? Come  osserva l’antropologo David Graeber, la democrazia nasce negli “interstizi” del potere: in contesti dove le istituzioni arretrano, emergono pratiche concrete di autogoverno. Si tratta di riconosce che «la democrazia, come forma di governo, se avesse un corpo e venisse a Barriera di Milano, avrebbe tantissimo da imparare»: un sistema relazionale, che si basa sulla conoscenza situata degli individui, su forme di convivenza e intelligenza collettiva, non riducibili alla semplificante imposizione di una «cornice normativa» astratta.

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5. Porta Palazzo, tra regimi plurali di controllo e genealogie della marginalità

Porta Palazzo è davvero un territorio dominato unicamente da degrado e illegalità? O non invece una trama complessa di relazioni e poteri di invenzione del territorio? Il controllo dello spazio urbano non appare concentrato nelle istituzioni formali, spesso percepite come ininfluenti, ma distribuito tra una pluralità di attori: reti informali, comunità migranti e organizzazioni più o meno visibili.

Questi “regimi plurali” non sono classificabili in termini di legalità e illegalità, ma convivono e si intrecciano, contribuendo a produrre forme situate di ordine. Episodi di gestione autonoma dei conflitti rivelano come la sicurezza possa emergere anche da pratiche comunitarie, radicate nella prossimità e nella conoscenza reciproca.

Allo stesso tempo, ciò che oggi viene letto come effetto dell’immigrazione recente si iscrive in una continuità storica più lunga: le figure della marginalità e dell’illegalità attraversano il tempo, mutando linguaggi e soggetti. La zona di Porta Palazzo, come Barriera di Milano a Torino, o Conchetta a Milano o Begato a Genova, è il luogo nel quale nascono le batterie: «Le batterie sono dei gruppi di giovani, immigrati più delle volte,  che a un certo punto decidono di non starci più con tutto quello che c’è attorno, e di dire: Ok, non vogliamo fare il delinquente per tirare su soldi ma lo facciamo in una prospettiva in qualche maniera sociale» (Gabriele Proglio).

Le narrazioni contemporanee – dalla cronaca mediatica alle culture urbane come trap e hip hop – rielaborano queste esperienze, così come in passato faceva la cultura popolare locale – dalla “leggenda” della banda Cavallero alla canzone di Gipo Farassino. Porta Palazzo emerge come uno spazio dinamico, in cui la marginalità non è un’anomalia, ma una condizione storicamente prodotta e continuamente ridefinita.

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6. Tra “neh” e “miii”: differenze, contaminazioni e convivenza a Porta Palazzo

A Torino c’è una dualità di inflessione linguistica, quello del “neh” e quello del “miii” (o “minchia”), che restituisce, in forma quasi emblematica, la persistenza di stratificazioni storiche dell’immigrazione torinese: da un lato l’eredità sabauda e dall’altro le traiettorie migratorie interne che hanno ridefinito la composizione sociale della città – espressione di differenti posizionamenti all’interno di rapporti di egemonia e subalternità.

Tuttavia, per Gabriele Proglio, le culture subalterne non sono spazi chiusi, ma luoghi di contaminazione creativa: è proprio nella marginalità che si attivano processi di ibridazione culturale, attraverso cui linguaggi globali vengono riappropriati e risignificati. Ad esempio, negli anni ’80 e ’90 le esperienze musicali dei gruppi reggae, come gli Africa Unite, e dei Subsonica negli spazi creativi di Barriera di Milano, mostrano come pratiche apparentemente esogene diventino strumenti per articolare vissuti locali del disagio.

In questo quadro, il mercato di Porta Palazzo assume una funzione cruciale: esso opera come infrastruttura materiale e simbolica di relazione, in cui lo scambio economico e alimentare produce forme minime ma efficaci, più che di mescolanza generalizzata, di convivenza di comunità, che mantengono tratti identitari forti, e al tempo stesso di coesistenza pragmatica.

Porta Palazzo offre allora un modello alternativo di convivenza urbana, fondato non sull’ideale normativo dell’integrazione, ma sulla persistenza delle differenze e sulla loro articolazione situata – Porta Palazzo, quindi, come spazio conflittuale e generativo insieme.

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7. Le società multiculturali, un’eredità coloniale: tra cittadinanza e nuovi spazi di contaminazione

Nelle attuali società multiculturali europee, la questione della cittadinanza riflette la diversità di «intelaiatura sociale» sperimentata in epoca imperiale – come quella francese o britannica – nella gestione di popolazioni eterogenee. In Italia, in particolare, la cittadinanza si fonda su una logica genealogica e razzializzata, consolidata nel periodo coloniale e fascista, i cui effetti persistono nell’immaginario e nella gestione degli spazi urbani – ancora visibili, ad esempio, nell’area di Porta Palazzo.

Questa eredità coloniale alimenta l’idea di una società omogenea, in tensione con la realtà plurale delle città contemporanee. Tuttavia, per Gabriele Proglio, accanto ai dispositivi di subalternità, si sviluppano pratiche quotidiane che sono potenzialmente in grado di ridefinire l’idea stessa di cittadinanza. Nelle culture giovanili, nello sport e nelle produzioni artistiche e digitali emergono nuovi spazi di contaminazione, in cui si costruiscono forme ibride di convivenza e appartenenza.

Questi spazi della marginalità – spazi di nuove modalità sociali – restano esposti a dinamiche o di invisibilizzazione o di cooptazione, al punto «da perdere il senso della periferia». Nonostante la contrazione degli spazi pubblici e un contesto politico segnato da tendenze autoritarie, persistono energie collettive e possibilità di mobilitazione, capaci di anticipare forme inedite di cittadinanza, tra conflitto e convivenza.

(7, continua)

8. Conoscere e abitare i mondi migranti, tra coinvolgimento e distacco nel contesto di un mercato

La ricerca di storia orale nei contesti migratori, come quello di Porta Palazzo, Gabriele Proglio, è produttiva di una conoscenza che obbliga a un cambiamento di postura: si tratta di apprendere a «sostare», a «guardare», sospendendo l’immediatezza dell’interpretare, del «prendere parola». Ed è così che emergono “zone d’ombra”, ambiti opachi ma aperti alla scoperta della complessità dei mondi migranti. Al riguardo, è esemplare un’intervista a Zygmunt Bauman, in cui il sociologo afferma di conoscere la propria città proprio perché “non la conosce” – una non-conoscenza del territorio che diviene un invito a non fare mai lo stesso percorso, ma a esporsi continuamente a ciò che non è abituale.

Il mercato si scopre come uno spazio di indagine popolato di storie, impregnate di emozioni e memorie. E le storie, pur partendo da esperienze individuali, si rivelano immediatamente collettive, fino a estendersi a dimensioni familiari, comunitarie e di gruppo, e a contesti di legame ancora più ampi. E, ancora, sono storie che stanno a indicare appartenenze plurali, non riducibili a confini giuridici e ideologici dell’idea nazionalistica di cittadinanza.

L’intervista stessa si rivela un’esperienza profondamente emotiva, in grado di produrre “risonanze”, da essere trasformativa per chi la raccoglie. Una dimensione metodologia, questa, che apre alla questione etica del rapporto tra coinvolgimento e distacco rispetto all’oggetto di osservazione – una tensione, resa evidente in contesti di confine, tra la posizione di privilegio dell’intervistatore e la condizione di bisogno del soggetto migrante intervistato.

Infine, il mercato di Porta Palazzo, un’istituzione globale nella sua struttura metallica, è al tempo stesso un contesto di processi di migrazione, dove le soggettività che si formano, attraversate da un flusso di relazioni e di pratiche quotidiane, legate al cibo, hanno il potere di mettere in discussione la matrice individualista, autoreferenziale, della convivenza delle società occidentali.

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9. Appendice – Oltre il trend: etica e pratiche di movimento nelle piazze globali

A tavola si è aperta una conversazione sugli attuali movimenti di piazza. Per Gabriele Proglio, lo sguardo dello storico orale – vedere se le parole dette «rappresentano qualcosa oltre il dialogo» – introduce uno scarto: per cominciare, l’attenzione si sposta dal livello tematico – la singola causa, la singola protesta, per la Palestina o per il centro sociale Askatasuna di Torino – alla forma dell’esperienza di partecipazione, quale pratica ripetuta nel tempo.

È vero, in prima evidenza, le mobilitazioni contemporanee appaiono spesso come esplosioni collettive che seguono l’andamento di un “trend”, cicli brevi di visibilità e coinvolgimento, alimentati dalla circolazione delle immagini sui social. Il riferimento agli “sciami” di Byung-Chul Han coglie bene questa dimensione: aggregazioni intense ma instabili, che rischiano di dissolversi con la stessa rapidità con cui emergono.

La mobilitazione sulla Palestina, tra settembre e ottobre 2025, introduce un elemento ulteriore: una forte urgenza etica. La discesa in piazza non è soltanto adesione a un tema o a un ciclo mediatico, ma è una risposta a immagini e narrazioni percepite come insostenibili, che interpellano direttamente la responsabilità individuale. In questo senso, anche quando assume la forma di un “trend”, la partecipazione mantiene una radice morale che ne spiega l’intensità e la diffusione.

Ma lo spostamento metodologico, proposto da Gabriele Proglio, consente di cogliere una continuità più profonda: se si osservano le pratiche del “prendere parte” – «“delle volte che siamo scesi in piazza” per ragioni differenti e le modalità con le quali siamo scesi in piazza» – le mobilitazioni appaiono come momenti di una traiettoria più lunga. Non episodi isolati, ma processi carsici che attraversano generazioni e contesti diversi, e oggi di un’ampiezza inedita.

In questa prospettiva, anche il rapporto con il potere si ridefinisce: tra percezione di irrilevanza e reale incidenza sul potere politico si apre uno spazio intermedio meno visibile ma operativo: «la distanza – questo forse è un po’ la cosa dei nostri tempi che viene amplificato dai media – la distanza dal potere è molto più breve di quella che noi pensiamo». Le mobilitazioni, pur intermittenti e segnate da temporalità brevi, continuano a produrre effetti, mantenendo aperta la possibilità di trasformazione.

(9, fine)

10. Il mondo da Porta Palazzo – Momento conviviale 1

Siamo tutti figli di Annibale

Gabriele Proglio: – Almamegretta, quando scrive Figli di Annibale e dice “Siamo tutti figli di Annibale”, era venuto a Torino. La storia di quella canzone è la storia di Porta Palazzo in realtà.

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11. Il mondo da Porta Palazzo – Momento conviviale 2

“Sante vive!” in Barriera di Milano

Gabriele Proglio: – Intervisto quattro signori su oltre gli 80 anni, che arrivavano uno dalla Puglia, uno dalla Sicilia, uno dalla Basilicata e uno dalla Calabria e iniziano a parlarmi di Sante Notarnicola, delle batterie che c’erano qui, dei banditi, e di tutto quello che succedeva. E me ne parlano in maniera: Quella lì era gente nostra!, con orgoglio, e dicevano: «Loro andavano a fare le rapine e poi portavano le cose in quartiere e dividevamo tutto.»

12. Il mondo da Porta Palazzo – Momento conviviale 3

Porta Palazzo o del cornetto con il caffè e dei processi di trasformazione dell’identità

Gabriele Proglio: – Tutto il Nord Africa, quindi Marocco, Tunisia, Egitto, tutte le interviste, quando gli viene chiesto:
Ma perché vai a Porta Palazzo? E una delle cose che viene proprio fuori è:
Sì, vado a comprare le cose da mangiare, eccetera, eccetera, però vado a Porta Palazzo anche per fare la colazione al sabato.
Ma come la colazione al sabato?
Eh sì, la colazione al sabato, perché mangio il cornetto col caffè.
E c’è Miriam, questa ragazza, donna tunisina, italo-tunisina che dice a un certo punto:
Eh sì, ma poi come fai – la metteva sul ridere – ma come fai poi quando torni in Tunisia? E lei tutta seria, questa donna, Wassila, le dice:
Ah ma io me li porto dietro, i cornetti, prima di andare via mi faccio [una scorta], così poi in Tunisia me li mangio.

13. Il mondo da Porta Palazzo – Momento conviviale 4

Le donne a Porta Palazzo: cibo, oralità e memoria collettiva

Gabriele Proglio: – Ho chiesto alle donne che erano o nate in Italia o che erano diventate italiane o che conoscevano l’italiano e l’altra lingua, quindi delle otto principali comunità immigrate, a fare le loro interviste. Quindi scegliere loro, ho detto, principalmente donne.
Ilaria Liparesi: – Come mai?
Gabriele Proglio: – Per due ragioni, una legata all’oralità, l’altra legata al cibo. Quella legata al cibo è facilmente comprensibile, perché, secondo una dimensione di genere, la donna è principalmente la persona che cucina. Per l’oralità, perché in realtà la donna, si può dire, eccetto in alcuni casi, in alcune società particolari, matriarcali, dove la memoria è gestita dagli uomini, sono le donne a gestire la memoria collettiva.

14. Il mondo da Porta Palazzo – Momento conviviale 5

Askatsuna: un testimone, 31 gennaio 2026

Gabriele Proglio: – C’è uno spazio lì in mezzo, tra chi si scontra e chi dice: “Io sono non violento, vado dritto”. In quello spazio di Corso Regina non c’erano pochi, poche persone, io ero lì, ci saranno state 10-15 mila persone. È una cosa che non ho mai, in tutte le manifestazioni non ho mai visto una roba del genere: 10-15 mila persone che coprono, che stanno sul fondo, di mille persone che fanno gli scontri con la polizia, mai visto… a Genova, mai visto nulla del genere, da nessuna parte, in Germania, in Francia, negli Stati Uniti, mai visto una roba così. Quindi oggi noi le valutiamo con, come dire: la situazione è quella che è, non c’è più quel movimento, c’è un’altra situazione, è differente, ma ci sono dei segnali che, secondo me, vanno in una direzione che non abbiamo mai visto probabilmente.