Qual è il compito del poeta?
Il poeta deve fare la rivoluzione. Il poeta deve trasformare le cellule della vostra carne. Quando io leggo un verso di un poeta, tu devi trasformarti dentro, devi sentire che tutto ti vibra, ti scombina, anche che ti disturba. Ti deve disturbare, ti deve scioccare. Se non ti sciocca, non è poesia. (Davide Sabatino)
Più avanza la simbiosi tra tecnoscienza e capitalismo, più la difficoltà di abitare il mondo si amplifica. A partire dal banale quotidiano, e in presa diretta sulla nostra pelle, ciò che viviamo è proprio l’incapacità di immaginare altri modi di vita, la possibilità di un’alternativa. Può la poesia generare una messa in gioco – uno spaesamento – dell’intero del soggetto in grado di riattivare un accesso alla dimensione politica del suo stare al mondo?
Nel saggio il “poetico rivoluzionario”, Davide Sabatino* ci offre una pratica della poesia come promessa poetica di salvezza, lungo una via interna, genealogica della tradizione occidentale su cui si fonda il nostro pensare, il nostro sentire e il nostro agire: aprire l’orizzonte del pensiero alle sue matrici originarie, recuperare il legame con il senso del sacro e la domanda di bellezza, nel nome di una nuova rivoluzione insieme politica, artistica e spirituale.
“Poiché la crisi che viviamo è ormai antropologica, il percorso che questo saggio coraggioso propone ci interpella come persone incarnate. Perché torni a prodursi un’eccedenza di senso, che consenta di rigenerare un ethos, non bisogna aver paura di assumere fino in fondo la riflessione sulle forme dell’assoluto (l’arte, il sacro, lo speculativo)” (Geminello Preterossi).
Insieme a Davide Sabatino proveremo a chiederci come può darsi, al tempo stesso, crisi e possibilità della rivoluzione, se cioè è vero, come scrive Geminello Pretorossi nella Prefazione, che “l’incontro tra pensiero e arte, spiritualità e politica ci offre una chiave per tornare a porci di fronte a degli interrogativi radicali sulla condizione umana […] in relazione con il senso della corporeità e della natura, con la concretezza pulsante della vita in comunità.”
* Davide Sabatino è danzatore, insegnante di danza, poeta, saggista, performer e attivista politico. Artisticamente nasce come break-dancer di strada, ma negli ultimi anni studia e lavora soprattutto in ambito teatrale. È redattore e collaboratore della Fondazione Darsi Pace di Marco Guzzi e membro fondatore del Movimento giovanile L’Indispensabile oltre che direttore del percorso di “Rianimazione poetica, artistica e culturale” Gesti Diversi. È anche docente presso l’Accademia EFP- Scuola IGEA della Dott.essa Erica Poli dove tieni alcuni corsi sulla Poetica del Movimento e sulla Filosofia della Percezione corporea. Nel 2021 ha avviato un ciclo di interviste su YouTube che si chiama “Dialoghi inattuali”, dove ha avuto modo di dialogare con più di 100 studiosi, artisti e ricercatori tra cui Massimo Cacciari, Ugo Mattei, Franco Cardini, Lama Michel, Luciano Canfora, Marco Travaglio, Liliana Cosi, Erica Poli, Guidalberto Bormolini, Vito Mancuso, Carlo Sini, Enzo Bianchi, Clara Mattei, Miguel Benasayag e molti altri. Tra le sue pubblicazioni, un libro di poesie, Formattazione (The Freak, 2021) e Il Poetico Rivoluzionario (Mariù, 2025), da cui trarrà anche uno spettacolo teatrale.
1. Il poetico rivoluzionario: una sfida antropologica all’esistente
Il poetico rivoluzionario è la doppia figura di un “soggetto nuovo”, capace di incarnare sensibilità artistica e tensione trasformativa, politica nella crisi del presente. Una figura che è portatrice di critica: la crisi non è solo sociale e culturale, ma anche antropologica – «riguarda proprio la coscienza e quindi anche l’interiorità» dell’umano –; e, insieme, portatrice di progettualità. Si tratta di non fermarsi alla distruzione critica, ma aprire uno spazio di costruzione collettiva costante, che sappia unire creatività artistica, riflessione razionale e visione politica.
La proposta di Davide Sabatino, che vuole essere un appello alle nuove generazioni, fa dell’elemento artistico, creativo, la via d’uscita dall’impasse attuale della sola riflessione teorica, per un pensiero critico in grado di “rianimare” immaginazione e possibilità di futuro. Parlare alle nuove generazioni diventa allora centrale, non in senso sociologico, ma perché sono storicamente portatrici del nuovo. Oggi, però, manca un vera capacità di discernimento culturale. Una rivoluzione non può che nascere da un lungo lavoro culturale e simbolico.
In un tempo in cui la posizione del soggetto è “corrotta” da una esposizione “nichilista” costante nei confronti della vita, – quasi come uno «stato dell’essere»: perdita di valori, frammentazione, mobilitazioni emotive episodiche, prive di visione politica –, contro questa deriva, il poetico rivoluzionario propone una postura seria, capace di tenere insieme “buio e luce”, critica e immaginazione, empatia e costruzione collettiva di senso, come unica via per pensare un futuro non ridotto alla pura contingenza.
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2. Crisi del soggetto politico e spiritualità: una prospettiva antropologica
Chi è oggi il soggetto politico in grado di agire per trasformare il mondo? Esiste ancora, oppure è andato in crisi insieme alle tradizionali categorie interpretative del politico? Per Davide Sabatino, la questione è radicale: è l’idea stessa di umano a essere messa in discussione.
A quale rischio occorre sottrarre la lettura della specificità dell’umano – nel senso proprio di caratteristiche di specie fondanti di ciò che chiamiamo umanità? Da un lato, quello biologico-darwinista, che riduce l’umano a esito necessario di variazioni adattive naturali (naturalismo); dall’altro, quello spiritualista astratto, che esalta l’eccezionalità umana separandone l’interiorità psichica dalle condizioni materiali dell’esistenza e dalla storia (spiritualismo). In entrambi i casi, l’umano viene sottratto alla sua dimensione situazionale-storica, relazionale e incarnata.
La visione che Davide Sabatino definisce di “materialismo spirituale” emerge dalla necessità di tenere insieme processualità mondana materiale e poeticità spirituale dell’umano. Una posizione, questa, decisiva per comprendere il nichilismo attuale.
In assenza di questa riflessione antropologica, la spiritualità viene assorbita dalla tecnologia. Il mondo digitale e virtuale appare come una controfigurazione della spiritualità: produce una realtà sostitutiva che incide profondamente su identità, relazioni e pratiche politiche, a sua volta reale, soprattutto per le nuove generazioni, per cui tra i due mondi, tra analogico e digitale, non esiste più una separazione.
E allora, come può la politica continuare a parlare solo di economia e razionalità, senza tornare a parlare all’interiorità dell’umano? Senza questo scarto antropologico e spirituale, ogni progetto politico resta cieco rispetto alla condizione reale del presente.
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3. Attraversare il nichilismo: lavorare poeticamente forme di umanità possibili
Se la possibilità di sopportare il mondo così com’è – la cui espressione nichilista sta già in quel “non c’è alternativa” di thatcheriana memoria – dipendesse dall’assumere una prospettiva rivoluzionaria, allora come si dovrebbe vivere perché l’idea di rivoluzione abbia un senso qui e ora? Per Davide Sabatino, si tratta, anzitutto, di aprirsi a una questione radicale: la “messa in discussione” dell’umano come soggetto, non più inteso come entità data, ma come processo aperto, esposto alla varietà di diverse forme di umanità e alla possibilità.
Ma la visione di un divenire possibile dell’umanità richiede a sua volta una pratica trasformativa, un processo di costruzione – di iniziazione – di un soggetto in grado di porsi tale interrogazione. Una postura esistenziale, questa, capace, oltreché che di abitare la mancanza senza saturarla, di “vedere prima” il possibile che soggiace alla varietà delle forme di umanità, e che, per Davide Sabatino, equivale a “vivere poeticamente” (Friedrich Hölderlin), ad attraversare con slancio profetico il “vuoto” nichilista, per farne uno spazio generativo.
In sostanza, ciò significa sottrarre la nostra forma di vita – la nostra individualità – alla sua riduzione a ciò che è già, alla sua resa funzionale economica e adattiva all’esistente, dentro un’unica realtà già pienamente data, come è secondo la claustrofobica chiusura della società neoliberale. Il poetico allora – come dimensione costitutiva dell’umano – è il vivere la crisi come lavoro antropologico su di sé, che impone un obbligo di reciprocità: il bisogno di condividere e di far vivere quel senso di esistere che ci fa stare al mondo, insieme, in modo degno.
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4. La parola poetica: tra assenza del fondamento e tensione dell’umano
In una condizione segnata dall’assenza di “punti fermi”, come distinguere la parola poetica – in sé profetica, perché mette in gioco l’idea che qualcosa di meglio è possibile per tutti, quindi, la rivoluzione – da un qualche surrogato di spiritualità?
Dentro la crisi – la difficoltà di abitare il mondo e la perdita di futuro – come si manifesta l’esperienza soggettiva della parola poetica? Per Davide Sabatino, anzitutto, nel rifiuto dell’alternativa tra trasformazione individuale e cambiamento collettivo: non si tratta di stabilire un primato tra individuo e società, perché ogni etica – i valori culturali – può nascere solo da un riconoscimento interiore del contesto storico-sociale che le dà forma, pena la sua riduzione a imposizione o a dogma.
La parola poetica assume un ruolo decisivo: non come ornamento, ma come parola che fonda, che può liberare dall’oppressione dell’assenza di senso, che per le nuove generazione si traduce in quell’esperienza emotiva dominante che è l’ansia. Il poetico coincide con una “messa in tensione” che è costitutiva dell’umano: la cosiddetta “morte di Dio” non è solo la fine del divino, la perdita del fondamento, ma è l’accesso all’abisso, al mistero, al vuoto come fondo inesauribile, eccedenza di senso, attraverso cui attualizzare la costruzione possibile di un divenire umano – “essere qualcosa di più di quello che siamo qui e ora” (Alessandra Pomata).
La parola poetica, allora, non è evasione individuale, ma possibile istanza liberatrice, che in quella tensione vissuta come oppressione, è capace non solo di creare risonanza comune – sempre situata in un’esperienza collettiva, storica (Stefano Stella) – ma di riconoscere il collettivo come spazio comune di senso, e possibile costruzione di un soggetto politico.
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5. La spiritualità come interrogazione aperta sull’umano e il suo abitare il mondo
La crisi della modernità – l’impossibilità di pensare i valori etico-politici in termini di un fondamento unico – rende necessaria, per Davide Sabatino, una scelta – un «fare il salto» – per non rimanere «intrappolati nel nichilismo»: nella esperienza soggettiva di ricerca di ciò che dà senso al mondo – una sua messa in ordine –, la consapevolezza che la forma di umanità di un soggetto è una fra le molte pone anche la necessità di interrogarsi sulla varietà dei modelli stessi di umanità. Dalla tribù totemica alla società digitale di oggi.
La questione della scelta tra le diverse modalità culturali di costruzione dell’umano – ad esempio, tra diverse religiosità – non è però riducibile a una facile affermazione di relativismo. C’è qualcosa di più, di più inquietante. Come per l’esperienza creativa, artistica, c’è qualcosa che in un soggetto opera più a fondo, non come richiamo a un fondamento immutabile, ma come a ciò che è stato trasmesso in un processo antropogenetico, la cui ‘natura’ emerge come storia, produzione di esistenza sociale, creazione stessa di socialità.
Questa esperienza, più che un’esperienza conoscitiva, è un modo d’essere e di sentire, la cui attivazione consapevole comporta una trasformazione soggettiva che va nel profondo: è l’esperienza di quella dimensione costitutiva dell’umano – che chiamiamo “spiritualità” – che consiste nel suo mantenersi aperta attraverso una «interrogazione costante» su cosa significa essere umani.
L’esperienza della spiritualità – al di là delle sue forme storiche religiose o culturali, e senza per forza rimandarla a una qualche ‘entità’ di riferimento – è la presa di contatto, la ‘risonanza’ con quel fondo che anima e connette l’esperienza soggettiva a qualcosa di “più grande”: là dove la costruzione dell’umano attinge alla potenza di un collettivo, insieme umano e non umano, che solo rende possibile, e forse desiderabile, abitare il mondo.
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6. Generazioni a confronto: Margaret Thatcher, l’individuo chiuso e l’umano come processo
In un orizzonte sociale neoliberale ed edonistico, dove l’esperienza giovanile di un disagio diffuso rinvia, in definitiva, all’immagine dell’individuo come unità autosufficiente, unico “generatore di significato” e di responsabilità, come è possibile vivere poeticamente? Difficile è, infatti, fare scelte di vita in grado di andare “oltre la propria individualità”, immaginare un progetto che ecceda il soggetto individuale e apra a un progetto politico comune.
A tavola, in un confronto generazionale serrato, c’è il segno di una svolta epocale: l’avvento della società neoliberale, riconducibile, a livello simbolico, alla frase enunciata da Margaret Thatcher, secondo cui “Non esiste la società. Esistono gli individui, uomini e donne, e le famiglie». Per chi, tra i presenti, può guardare a una durata più lunga del proprio passato, l’inevitabile disagio della gioventù ha potuto rappresentare una spinta vitale ad “andarsene”, a rompere con l’ordine dato e a rischiare una vita senza garanzie, pur tra paure, errori e precarietà.
Oggi, invece, il disagio giovanile assume una forma paralizzante, che blocca l’espansione, la prosperità dell’individuo. Come allora tornare ad affermare l’umano come processo, non chiuso in sé stesso, ma in divenire, che si costruisce nel tempo, nel sistema di relazioni che lo attraversano, che forma e da cui è formato? La soluzione proposta da Davide Sabatino non è il ritorno al passato né, in assenza di un orizzonte di senso più ampio, la gestione del presente secondo il criterio del “male minore”: è necessario, invece, un «salto» antropologico, che alla radice è prepolitico e che soltanto può nascere da un lavoro di «restauro interiore», un processo di lavorazione poetica del proprio tempo. E, come sembra, almeno, per coloro «che vogliono cambiare le cose», realizzare forme inedite di vita comune.
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7. Tra interiorità e rivoluzione: linguaggio, verità e senso dell’umano in divenire
Come può l’esperienza spirituale soggettiva, individuale, tradursi in un qualcosa di comune, in vita collettiva? Per Davide Sabatino, il linguaggio, nella sua portata poetica, è il luogo di questo passaggio, della mediazione tra interiorità e collettività, tra esperienza singolare e senso condiviso. È nella sua stessa funzione simbolica, e proprio per la sua ambiguità – il linguaggio può, infatti, unire e dividere, orientare e disorientare, che si riflette la strutturazione aperta e incompiuta della condizione umana.
In un’epoca “inedita” di crisi radicale, la parola poetica assolve il compito di articolare una tensione tra l’esistente, il già dato, e il possibile, il “nuovo”. Una tensione che è una questione etica, meglio politica. La rivoluzione non è, infatti, un semplice rovesciamento dell’esistente, ma la capacità di far emergere ciò che, nel rovesciamento, è “l’essenziale” (Martin Heidegger), che richiede, quindi, di prendere una decisione sullo stato di cose del mondo.
Quel che emerge però come fondamento – e che chiamiamo “verità eterne” – non rimanda a una qualche “essenza” immutabile, confinata in una trascendenza, ma a ciò che è parte di una trasmissione culturale – i “simboli culturali” delle grandi tradizioni spirituali (Carl Jung) –, alla permanenza di saperi “sotterranei”, esclusi perché non assimilabili ai paradigmi dominanti della società. È allora il senso del possibile, l’essere portatori, nel pensiero e nella pratica, di ciò che ancora è sempre in divenire rispetto alle forme indurite della civiltà, a decidere del “salto antropologico” che ci consente di vivere in modo creativo.
La posta in gioco “poetica” della rivoluzione è allora il problema di come mantenere aperta questa tensione di senso, che attraversa culture, linguaggi e forme di vita; di come restare in contatto con la potenzialità che soggiace a ogni forma di umanità; e, in definitiva, di come continuare a mantenere aperta la domanda sull’umano, sottratta all’alternativa tra relativismo nichilista e assolutizzazione della verità.
(7, fine)
8. Il poetico rivoluzionario – Momento conviviale 1
Sulla poesia delle piccole cose e l’edonismo dei giovani
Angela Suppo: – In poesia, c’è un ripiegamento assoluto sull’io, sull’individuale, sul passato, che è un altro male secondo me, ma anche in narrativa spesso. E poi sulla ricerca delle piccole, piccolissime cose, di una poesia […] attenta proprio al piccolo. Che, per carità, è una giusta rivalutazione. Non è che la poesia debba parlare solo di eventi eroici, però nel momento in cui rimane solo il piccolo ti chiedi dove stai andando. Anche perché il piccolo è stranamente uguale per chiunque in qualche modo.
Lorenza Patriarca: – Forse è per quello che piace. Che uno ha bisogno di riconoscerci in un mondo così confusivo e così spaventevole. Il fatto di riconoscere una ricorrenza, qualcosa che io sento, che la sento uguale ad altri, è molto rassicurante e quindi forse fa parte di questa dimensione che tu dici di nichilista.
Davide Sabatino: – Sì.
Angela Suppo: – Però anche altri giovani sono stati visti come nichilisti, edonisti.
9. Il poetico rivoluzionario – Momento conviviale 2
L’oggi, una fase di passaggio, e il freestyle
Angela Suppo: – Tu hai davanti venticinque ragazzini di terza media. Cosa fai?
Renato Tomba: – Un esperimento mentale.
Davide Sabatino: – Io, sinceramente, non ho una risposta a questo. Nel senso che anche il freestyle, cioè andare liberi nel momento in cui ti trovi lì davanti, è la cosa più vicina a quello che si può fare quando siamo in un momento di passaggio, cioè di sperimentazione. Bisogna sperimentare. Intanto, farei più orecchio a quello che loro vivono e sentono.
10. Il poetico rivoluzionario – Momento conviviale 3
Un po’ di sociologia: l’individuo non esiste
Stefano Stella: – Alessandro Pizzorno spiega che l’identità personale, quindi quello che noi siamo, quello che noi diciamo di essere, è possibile e si costituisce all’interno di quello che lui chiama “cerchie di riconoscimento”: cioè, l’individuo da solo non esiste, è sempre qualcosa che emerge nell’interazione sociale. […] Queste cerchie di riconoscimento… non avvengono nel nulla, ma avvengono all’interno di una storia comune, e, quindi, ci deve essere una collettività che si percepisce come soggetto che si inserisce in una storia.