In arrivo / Cena Nº103 - Martedì 18 Marzo 2025

Decrescita come reincanto del mondo: convivialità, dono e cura di sé e del pianeta

con Mauro Bonaiuti

Ormai entrato nel nostro lessico quotidiano, il termine «decrescita» si carica di significati opposti, qualificando – a seconda delle valutazioni – sia il problema sia la sua soluzione, e suscitando ormai da diversi anni un vivace dibattito sia all’interno dei movimenti che dell’accademia e delle istituzioni internazionali. Cosa davvero si intende dire con «decrescita»?

Il coro degli economisti ufficiali assimila la «decrescita reale» che, dalla crisi iniziata nel 2008 a oggi, flagella i paesi sviluppati a un fenomeno congiunturale, destinato prima o poi a risolversi nella ripresa. Altri invece giudicano quella che attraversiamo una vera e propria crisi di sistema, al tempo stesso economica, ecologica, sociale e culturale. Questi ultimi sono gli obiettori di crescita, per i quali la fase espansiva si è irrevocabilmente conclusa e il declino delle società capitalistiche avanzate è di fatto paradossalmente una buona notizia. E sebbene se ne proponga sempre più spesso una definizione riduttiva, il termine non è per nulla assimilabile all’ideologia dello sviluppo sostenibile, che si limita a prescrivere politiche adeguate a far rientrare l’economia entro i limiti planetari.

Mauro Bonaiuti*, che è stato tra i primi ad introdurre la decrescita in Italia, ritiene invece, seguendo le orme del suo maestro Serge Latouche, che la decrescita richieda una vera e propria trasformazione culturale, una “decolonizzazione del nostro immaginario” e un certo “reincanto del mondo”. Assieme a Mauro Bonaiuti esploreremo dunque alcune vie attraverso cui è possibile perseguire questa sorta di “reincanto”: dalla riscoperta della convivialità alla filosofia come “arte di vivere”, dalle pratiche della cura di sé e del Pianeta a quelle del dono.

* Mauro Bonaiuti, insegna “Economia solidale e sostenibilità” all’Università di Torino ed è attualmente presidente dell’Associazione per la Decrescita. Tra i suoi scritti, La teoria bioeconomica. La “nuova economia” di N. Georgescu-Roegen, Carocci, Roma, 2001, La grande transizione. Dal declino alla società di decrescita, Bollati Boringhieri,, Torino, 2013.

Immagine di copertina: Carolee Schneemann, Study for Up to and Including Her Limits, 1973

1. Decrescita e vie del reincanto: la convivialità

In un mondo, quello della modernità, la cui cifra è il disincanto, dove il mondo diventa positivo – dalla positività tecnico-scientifica, basata sulla misurazione e riduzione a dati della vita tutta, alla positività etico-culturale che impedisce di immaginare un mondo che non sia quello che è – la  società, nella sua pratica produttivistica e consumistica, sembra, ed è un paradosso, soggetta a un’“immaginario dominante”, al sortilegio capitalista di una crescita economica infinita.

L’approccio alla decrescita nella sua attuale tendenza – «in cui si cerca con gli strumenti dell’economia ecologica e della giustizia sociale, di quantificare quanto l’economia debba “restringersi” […] per rientrare nei limiti planetari» – questo approccio, per Mauro Bonaiuti, al problema dei limiti della crescita, per quanto necessario, non basta più. Ciò che è oggi necessario è un mutamento di rotta, un diverso approccio.

“La decrescita si è trovata di fronte al problema della piritualitàlità”. (Serge Latouche)  In altre parole, la direzione di una rottura radicale proposto dalla decrescita richiede di lavorare su un progetto di civiltà alternativa, di progettare in una chiave antropologica “vie di reincanto” del mondo. La prima di queste vie – prima, nel contesto della nostra tavola – è la convivialità (Ivan Illich), una convivialità come metodo di ricerca, di ricerca comune, e come modalità di convivenza e come di comprensione condivisa del mondo.

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2. Decrescita e vie del reincanto: la filosofia come “arte di vivere” e le pratiche della cura di sé e del mondo

Un buon punto di partenza, per Mauro Bonaiuti, è il testo di Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, la cui indagine “germinale” sui testi della filosofia antica lo ha condotto alla scoperta che «la filosofia per gli antichi non era un esercizio teorico, ma era anzitutto una pratica di vita – della filosofia, appunto, come arte di vivere».

Nella prospettiva della decrescita, qual è la portata politica di un discorso filosofico che non intende bastare a sé stesso ma essere parte integrante di una forma pratica di vita? La curvatura del discorso filosofico in “esercizio spirituale”, di attivazione cioè di capacità mentali profonde, trasformative, attraverso quali pratiche di interiorità, si realizza? Qual è la funzione, al riguardo, della lettura condivisa dei testi?

Ma, soprattutto, il problema è comprendere come le tecnologie della “cura di sé” (Michel Foucault), finalizzate alla ricerca di una padronanza, di un “governo di sé”, di una autonomia esistenziale – più spesso intesa in chiave individualistica – possano davvero realizzarsi in una trasformazione della relazione tra sé e il contesto della vita comune, in “un governo di sé e degli altri” nel e con il mondo.

Il tema più generale della cura, come pratica relazionale, è il problema della sua trasformazione in un “processo istituente”, in capacità di gestione autonoma non solo dell’individuo ma di una comunità, quella dei piccoli gruppi, e in prospettiva dell’intera società – il che significa fare del tema della cura il paradigma su cui modellare le regole, le norme e le istituzioni della produzione e riproduzione della vita comune.

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3. Decrescita e vie del reincanto: il dono e le pratiche economiche di mondi altri

Nella nostra società utilitarista, lo «scandalo» del dono è la questione politica del legame sociale. La “logica del dono”, dell’obbligo della reciprocità, che fonda e mantiene il legame sociale – come la ricerca antropologica di Marcel Mauss e altri sulle società tradizionali dimostra – è l’attestazione che alla base del «fare economico», della sussistenza materiale della società, c’è anzitutto la dinamica umana della dipendenza reciproca, e che la questione ultima è la possibilità di partecipare alle decisioni sulle modalità stesse della convivenza umana.

Nell’attuale stato del mondo, è praticabile un’«economia alternativa» alla sfera dell’“economia di mercato”, che sembra invece conferire al legame sociale un’esistenza autonoma e separata dalla vita degli individui? L’esistenza, tra gli interstizi dell’attuale economia globale capitalistica, di pratiche economiche di «mondi altri» – dalle esperienze di economia solidale alla finanza etica, dal consumo critico alle esperienze comunitarie di agricoltura biologica –, sottratti alla logica dell’accumulazione capitalistica, mostra che un’alternativa è possibile.

Per Mauro Bonaiuti, occorre promuovere una circolarità virtuosa tra queste pratiche economiche e la riflessione teorica sulla decrescita, sull’arte di vivere in un tempo di “abbondanza frugale” (Serge Latouche). Una circolarità riflessiva che è non riducibile a un approccio in chiave solo “economica” al problema di preservare gli eco-sistemi naturali, ma che richiede invece un approccio più profondo, culturale: richiede un “reincanto del mondo”, la riscoperta di una sorta di “coscienza cosmica”, in grado di assumersi la responsabilità dell’intreccio reciproco tra attività ”economica” umana e la rete della vita del pianeta. E, a questo proposito, i saperi delle “comunità indigene” – “dall’altra parte dal mondo” (occidentale) – hanno qualcosa da insegnare.

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4. La spiritualità come pratica esperienziale nella società della prestazione, un problema

Per uno sguardo sul mondo, non utilitaristico e non strumentale, è forse necessario il recupero di quella credenza in “qualcosa di più grande”, in una trascendenza, che coincide con l’esperienza del sacro (più che non con il religioso) ed è presente in modalità rituali diverse in ogni società – come una costante antropologica, che può essere intesa anche solo come il prodotto dell’inconscio collettivo. Di questa espressione dell’umano, quel che occorre esplorare, per Mauro Bonaiuti, è la dimensione “pratica”, esperienziale, di trasformazione personale. Un’impresa che richiede una certa cautela.

L’offerta attuale di spiritualità, attraverso pratiche – dalle tecniche di meditazione a quelle dello yoga, dalle regole del silenzio all’uso di sostanze psicotrope – appartenenti a tradizioni culturali le più diverse, presenta infatti un duplice problema. Un rischio è quello di riproporre la spiritualità in quella chiave istituzionale cui storicamente è assimilabile la religione, come forma di dipendenza da un’autorità, fonte di dominio e di controllo, di perdita cioè di quell’“autonomia” la cui ricerca invece caratterizza il progetto della decrescita.

C’è poi il crescente fascino per spiritualità alternative. Una ricerca di «salvezza» di tipo individualistico, che attraverso pratiche rituali, sradicate dal contesto culturale cui appartengono, finisce non solo per soddisfare una logica di mercificazione, consumistica, ma per risultare funzionale alla richiesta produttivistica della società della prestazione, nella sola prospettiva di un “potenziamento” soggettivo.

Ma per far fronte a un mondo, sempre più materialistico, che si sta precipitando verso la catastrofe, il recupero di queste ritualità può rappresentare una soluzione? È possibile pensare di salvare sé stessi, salvaguardare l’unità con la natura, con un mondo in cui ognuno è presente come parte di un tutto, senza la formazione di un soggetto politico, senza l’attivazione gratuita della partecipazione collettiva, del mettersi insieme?

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5. La decrescita, tra la prospettiva politica dell’ecologia radicale e la critica antropologico-sociale

L’espressione «decrescita» nasce come slogan provocatorio di Serge Latouche agli inizi nel 2002, per denunciare la mistificazione ideologica del concetto di “sviluppo sostenibile”. Per Mauro Bonaiuti, essa si compone di due filoni: il primo, quello della prospettiva politica di un’ecologica radicale, sui limiti eco-sistemici, fisico-biologici del pianeta (Nicholas Georgescu-Roegen); il secondo, sulla critica antropologico-sociale sul fallimento del modello capitalistico della società della crescita (Ivan Illich); e, quindi, le varie anime della decrescita sono il tentativo di tenere insieme una critica economico-sociale e una critica simbolico-culturale della modello capitalistico della crescita.

Nonostante l’accumulo di dati sull’insostenibilità del modello dominante di crescita, le strategie adottate dagli organismi internazionali – basate in prevalenza sull’assunto che nell’innovazione tecnologico-scientifica, promossa da una logica di mercato, come impianto economico della politica ecologica, stia la salvezza del pianeta (vedi Cena n° 97: La metamorfosi della giustizia climatica con Emanuele Leonardi) – non sembrano produrre una reale inversione di tendenza.

Nella prospettiva di una politica ecologica, appare riduttiva la visione di una decrescita come semplice “riduzione” dell’impatto materiale ed energetico sulla biosfera, da mantenere entro i limiti di una compatibilità ecologica con il pianeta. Non resta, vista l’impossibilità di una riforma del sistema economico, che rassegnarsi all’inevitabilità del “implosione” del sistema stesso? O, in alternativa, è possibile perseguire strategie di economia ecologica – dalle forme più istituzionali della politica a quelle più movimentiste ed esperienziali su piccola scala – basate su una lettura trasformativa della realtà, in grado cioè di promuovere una “diffusione molecolare” di condizioni oggettive per la costruzione di una società della decrescita?

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6. Per un’estetica ecologica: come vogliamo raccontare il nostro stare al mondo?

C’è tutta un’offerta del nostro “stare al mondo”, la cui attrazione consiste nella proposta di una sorta di formula della felicità secondo però un registro in prevalenza individualistico: l’idea che per far fronte alla crisi del presente basti recuperare esperienze immersive di contatto con la natura. L’appropriazione “ingenua”, materiale e simbolica, di un nuovo misticismo (naturismo), mutuato da culture native tradizionali, può essere una soluzione al disagio del mondo, alla sua crisi ecologica?

In Occidente, la pratica di uno sguardo estetico – l’estasi di vedere e conoscere la disposizione del mondo, la “bellezza” dell’intreccio dei suoi esseri – è in grado di unire impegno ecologico e impegno sociale? Un approccio individualistico della cura di sé – di una soggettività ripiegata su sé stessa – esclude una progettazione politica di una socialità dal basso in conflitto con l’attuale assetto economico del mondo? È una proposta di evasione dal mondo, un’illusione di salvezza? O contiene, invece, l’unica possibilità di un rinnovato immaginario della convivenza degli esseri viventi, umani e non umani, all’altezza dei problemi del nostro mondo?

Insomma, come vogliamo raccontare il nostro stare al mondo? E il legame che ci unisce in un mondo, per essere all’altezza, se non del senso della sua fine, almeno della fine della sua onnipresente mercificazione?

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7. Una via della decrescita: “muoversi negli interstizi” della complessità del mondo

C’è un senso di “sfiducia” condiviso verso l’istituzione politica. Sul tema ambientale la diagnosi è semplice: quando a prevalere nel presente è una politica istituzionale – qual è, ad esempio, l’attuale investimento nell’industria degli armamenti – mirata a mantenere il modello capitalistico della crescita, come è possibile immaginare un cambiamento sociale promosso “dall’alto”, nei termini cioè di una direzione politica, in grado di risanare la “frattura metabolica”, lo squilibrio ecologico di cui quel modello di crescita è all’origine?

Quale sforzo di “immaginazione” è necessario, perché si possa aprire un futuro più verde del pianeta? La partecipazione attiva alla vita politica richiede individui capaci di pensare la complessità, e di comprendere le dinamiche di fondo del processo di trasformazione del mondo di cui si è parte. E tuttavia non basta la consapevolezza individuale per riuscire a far valere l’aspettativa in un futuro migliore. È una posizione critica necessaria, ma che è impossibile da esercitare come singolo individuo. “Uscirne fuori” richiede la creazione di un soggetto collettivo.

Anzi, il culto individualistico del soggetto lo consegna al suo essere un individuo isolato, senza reciprocità solidale, anzi in competizione con gli altri individui. La gestione competitiva della vita individuale risponde sempre più a un bisogno strutturale: è una condizione diffusa di vulnerabilità esistenziale e sociale che ha il suo correlato economico nel processo di ristrutturazione capitalistico, a partire dal mercato del lavoro con la precarizzazione del lavoro, la sua riduzione a “lavoro povero” e, più in generale, con la crescita complessiva di individui che vivono in uno stato di inutilità sociale – gli “inutili del mondo” ai fini della valorizzazione capitalistica.

Come uscire da questo stato di cose? Esiste una via della decrescita, esiste la possibilità di generare attività, sottratte alla valorizzazione del capitale, indispensabili a mantenere la “ricchezza reale” della vita in comune entro il suo “limite” ecologico? Per Mauro Bonaiuti, esiste, esiste come possibilità di “muoversi negli interstizi” del mondo.

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8. La “decrescita reale”, in un tempo di catastrofi e di urgenza esistenziale

In un mondo che presenta i segni della catastrofe, nell’urgenza esistenziale di costruire un “altro mondo” – liberato dall’idolatria della crescita infinita, che minaccia l’intero ecosistema – che tempo resta a nostra disposizione? Al momento, la “transizione verde” sembra essere sotto scacco e non sembra esserci il tempo sufficiente per una risposta all’altezza di quell’urgenza, ma «ci sarà – per Mauro Bonaiuti – il tempo per costruire degli “interstizi” abbastanza solidi, da mostrare che qualcosa di diverso è possibile».

Siamo in presenza di una «decrescita reale», cioè di un declino del sistema capitalistico, che non fa che incrementare l’ingiustizia sociale e l’inazione politica verso un cambiamento radicale della società. Di fronte alla decrescita come processo reale, che si prospetta in tutta la sua durezza materiale ed economica, la “decrescita”, come progetto di società, risulta essere un’aspirazione utopica, un richiamo normativo a un mondo «come dovrebbe essere», più che una dinamica storica, una tendenzialità interna verso una possibile società futura.

E mentre il capitalismo continua ad ammaliare con la promessa di una sua conversione ecologica, nel solco del sogno prometeico di un dominio ingegneristico, o con la persuasione dolce di una sua “dematerializzazione”, il punto di rottura e di non ritorno nel complesso equilibrio di Gaia si avvicina sempre di più.

Oltre a indagare la dinamica del sistema capitalistico, la sua “crisi” di valorizzazione con tutto il suo portato intrinseco di violenza (guerra), per avere una comprensione della sua tendenza reale, che riguarda la trasformazione sociale nel suo complesso (ultima, quella connessa alla diffusione dell’intelligenza artificiale); oltre a ciò, la domanda è: come riuscire a «muoversi negli interstizi del mondo», dentro cioè alle dimensione capitalistica, e introdurre una molteplicità di pratiche in grado di segnare il passaggio verso una società più giusta e razionale?

(8, fine)

9. Decrescita come reincanto del mondo – Momento conviviale 1

La decrescita e la luce delle stelle

Barbara Bordin: – Mi occupo di buio e di inquinamento luminoso. Se tu guardi la mappa del mondo dall’alto, noi abbiamo una concentrazione di luce… meravigliosa e la Nigeria invece è buia. [All’amica nigeriana,] guarda la fortuna che avete voi…
Mauro Bonaiuti: – che potete vedere le stelle.
Barbara Bordin: – …che potete vedere le stelle. Non è solo quello, adesso romanticamente parlo delle stelle, ma ci sono altre implicazioni. La luce influisce su tutti gli ecosistemi e, quindi, se è “sprecata” fa male.

10. Decrescita come reincanto del mondo – Momento conviviale 2

Cittadinanza globale e radicamento locale

Mauro Bonaiuti: – La cittadinanza globale, che ha attraversato la generazione un pochino precedente la vostra – siamo cittadini del mondo – era, credo oggi lo si possa dire, sbagliata. Un radicamento, almeno nella nostra prospettiva [della decrescita] è indispensabile. Poi è chiaro che uno può andare, andare per tornare, mantenendo comunque delle radici. Poi… potrà esserci qualcuno che…, però non come prassi, come progetto di un’intera generazione.