Come può l’esperienza spirituale soggettiva, individuale, tradursi in un qualcosa di comune, in vita collettiva? Per Davide Sabatino, il linguaggio, nella sua portata poetica, è il luogo di questo passaggio, della mediazione tra interiorità e collettività, tra esperienza singolare e senso condiviso. È nella sua stessa funzione simbolica, e proprio per la sua ambiguità – il linguaggio può, infatti, unire e dividere, orientare e disorientare, che si riflette la strutturazione aperta e incompiuta della condizione umana.
In un’epoca “inedita” di crisi radicale, la parola poetica assolve il compito di articolare una tensione tra l’esistente, il già dato, e il possibile, il “nuovo”. Una tensione che è una questione etica, meglio politica. La rivoluzione non è, infatti, un semplice rovesciamento dell’esistente, ma la capacità di far emergere ciò che, nel rovesciamento, è “l’essenziale” (Martin Heidegger), che richiede, quindi, di prendere una decisione sullo stato di cose del mondo.
Quel che emerge però come fondamento – e che chiamiamo “verità eterne” – non rimanda a una qualche “essenza” immutabile, confinata in una trascendenza, ma a ciò che è parte di una trasmissione culturale – i “simboli culturali” delle grandi tradizioni spirituali (Carl Jung) –, alla permanenza di saperi “sotterranei”, esclusi perché non assimilabili ai paradigmi dominanti della società. È allora il senso del possibile, l’essere portatori, nel pensiero e nella pratica, di ciò che ancora è sempre in divenire rispetto alle forme indurite della civiltà, a decidere del “salto antropologico” che ci consente di vivere in modo creativo.
La posta in gioco “poetica” della rivoluzione è allora il problema di come mantenere aperta questa tensione di senso, che attraversa culture, linguaggi e forme di vita; di come restare in contatto con la potenzialità che soggiace a ogni forma di umanità; e, in definitiva, di come continuare a mantenere aperta la domanda sull’umano, sottratta all’alternativa tra relativismo nichilista e assolutizzazione della verità.
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