La ricerca di storia orale nei contesti migratori, come quello di Porta Palazzo, Gabriele Proglio, è produttiva di una conoscenza che obbliga a un cambiamento di postura: si tratta di apprendere a «sostare», a «guardare», sospendendo l’immediatezza dell’interpretare, del «prendere parola». Ed è così che emergono “zone d’ombra”, ambiti opachi ma aperti alla scoperta della complessità dei mondi migranti. Al riguardo, è esemplare un’intervista a Zygmunt Bauman, in cui il sociologo afferma di conoscere la propria città proprio perché “non la conosce” – una non-conoscenza del territorio che diviene un invito a non fare mai lo stesso percorso, ma a esporsi continuamente a ciò che non è abituale.
Il mercato si scopre come uno spazio di indagine popolato di storie, impregnate di emozioni e memorie. E le storie, pur partendo da esperienze individuali, si rivelano immediatamente collettive, fino a estendersi a dimensioni familiari, comunitarie e di gruppo, e a contesti di legame ancora più ampi. E, ancora, sono storie che stanno a indicare appartenenze plurali, non riducibili a confini giuridici e ideologici dell’idea nazionalistica di cittadinanza.
L’intervista stessa si rivela un’esperienza profondamente emotiva, in grado di produrre “risonanze”, da essere trasformativa per chi la raccoglie. Una dimensione metodologia, questa, che apre alla questione etica del rapporto tra coinvolgimento e distacco rispetto all’oggetto di osservazione – una tensione, resa evidente in contesti di confine, tra la posizione di privilegio dell’intervistatore e la condizione di bisogno del soggetto migrante intervistato.
Infine, il mercato di Porta Palazzo, un’istituzione globale nella sua struttura metallica, è al tempo stesso un contesto di processi di migrazione, dove le soggettività che si formano, attraversate da un flusso di relazioni e di pratiche quotidiane, legate al cibo, hanno il potere di mettere in discussione la matrice individualista, autoreferenziale, della convivenza delle società occidentali.
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