Appendice – Oltre il trend: etica e pratiche di movimento nelle piazze globali

A tavola si è aperta una conversazione sugli attuali movimenti di piazza. Per Gabriele Proglio, lo sguardo dello storico orale – vedere se le parole dette «rappresentano qualcosa oltre il dialogo» – introduce uno scarto: per cominciare, l’attenzione si sposta dal livello tematico – la singola causa, la singola protesta, per la Palestina o per il centro sociale Askatasuna di Torino – alla forma dell’esperienza di partecipazione, quale pratica ripetuta nel tempo.

È vero, in prima evidenza, le mobilitazioni contemporanee appaiono spesso come esplosioni collettive che seguono l’andamento di un “trend”, cicli brevi di visibilità e coinvolgimento, alimentati dalla circolazione delle immagini sui social. Il riferimento agli “sciami” di Byung-Chul Han coglie bene questa dimensione: aggregazioni intense ma instabili, che rischiano di dissolversi con la stessa rapidità con cui emergono.

La mobilitazione sulla Palestina, tra settembre e ottobre 2025, introduce un elemento ulteriore: una forte urgenza etica. La discesa in piazza non è soltanto adesione a un tema o a un ciclo mediatico, ma è una risposta a immagini e narrazioni percepite come insostenibili, che interpellano direttamente la responsabilità individuale. In questo senso, anche quando assume la forma di un “trend”, la partecipazione mantiene una radice morale che ne spiega l’intensità e la diffusione.

Ma lo spostamento metodologico, proposto da Gabriele Proglio, consente di cogliere una continuità più profonda: se si osservano le pratiche del “prendere parte” – «“delle volte che siamo scesi in piazza” per ragioni differenti e le modalità con le quali siamo scesi in piazza» – le mobilitazioni appaiono come momenti di una traiettoria più lunga. Non episodi isolati, ma processi carsici che attraversano generazioni e contesti diversi, e oggi di un’ampiezza inedita.

In questa prospettiva, anche il rapporto con il potere si ridefinisce: tra percezione di irrilevanza e reale incidenza sul potere politico si apre uno spazio intermedio meno visibile ma operativo: «la distanza – questo forse è un po’ la cosa dei nostri tempi che viene amplificato dai media – la distanza dal potere è molto più breve di quella che noi pensiamo». Le mobilitazioni, pur intermittenti e segnate da temporalità brevi, continuano a produrre effetti, mantenendo aperta la possibilità di trasformazione.

(9, fine)

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