Il vero tema dei super ricchi è l’essere la figura emblematica del disastro in corso: l’espressione di una macchina capitalistica della crescita infinita, estrattiva, che, in una fase di difficoltà espansiva del processo di valorizzazione, si alimenta della sottrazione sistematica di ricchezza, e di tempo, a chi sta in basso.*
I danni prodotti dai super ricchi si articolano su più piani. In primo luogo, il danno economico. L’arricchimento eccessivo è una meccanismo che mantiene i poveri nella povertà, che – come mostra la sociologia relazionale – sottrae risorse materiali e fiscali, sempre più attraverso forme di espropriazione legalizzata: sfratti (Matthew Desmond), precarietà lavorativa, finanziarizzazione del consumo, indebitamento programmato della vita quotidiana. La ricchezza, in particolare quella finanziaria, assume, oggi, la forma sistematica di un’“economia di rapina”.
In secondo luogo, il danno ecologico: lo stile di vita dei super ricchi ha un impatto in termini di impronta ecologica sulla crisi climatica, i cui effetti di retroazione alimentano l’ingiustizia sociale, sottraendo risorse economiche all’azione collettiva. Infine, il danno culturale: l’ideologia del trickle down (la ricchezza che “gocciola” verso il basso) continua a erodere spazio politico alla redistribuzione, pur senza alcuna base scientifica, e da cui i ricchi si assolvono con la filantropia, a mascherare le asimmetrie sistemiche con atti episodici di benevolenza.
Quindi, per Giovanni Semi, «sbarazzarci dei ricchi» è necessario, ma non sufficiente. La questione è più radicale: anche qualora fossimo in grado di abolire l’ingiustizia distributiva della ricchezza, saremmo davvero in grado di vivere una vita migliore? Hartmut Rosa, teorico della “accelerazionismo sociale”, ci mette in guardia dalla promessa moderna che fa dipendere la vita migliore – più ricchezza, più conoscenza, più libertà – dalla logica dell’accelerazione sociale, da una crescente produttività che plasma l’intero sistema culturale.
Se, infatti, la domanda: e, adesso, cosa faccio del mio “tempo liberato”? risponde a una angoscia costitutiva – al timore esistenziale del vuoto – propria dell’essere umano, qual è il rimedio? È un problema antropologico? È il problema di un tipo di umanità sui cui il capitalismo modella la nuova tecnologia digitale, programmata appunto per “catturare” la nostra attenzione, e valorizzarsi attraverso la colonizzazione del tempo della vita?** O è viceversa?
* Vedi Cena n° 100: Ripartire da Marx? – con Roberto Fineschi qui, in particolare: Tardo-capitalismo e coscienza di classe, un concetto da ridefinire?
** Vedi Cena n° 95: Contro lo smartphone. Per una tecnologia più democratica – con Juan Carlos De Martin qui.
(9, continua)