Come si calcola la ricchezza? Nel dibattito pubblico, affrontare il problema della soglia economica, la linea al di “sopra” o al di “sotto” della quale è possibile identificare la categoria sociale, in questo caso quella dei “ricchi”, è «questione spinosa». E non è soltanto tecnica, ma politica: richiama l’assetto istituzionale in base a cui sono definite le politiche pubbliche sulla distribuzione della ricchezza. Oltre a chiamare in causa l’immaginario sui mondi della ricchezza.
La misurazione della ricchezza, in termini, insieme, di reddito e di patrimonio, un calcolo su base statistica, è una questione complessa. Esiste un consenso scientifico sulla quantità di ricchezza posseduta da un individuo, in base alla quale sia possibile dire che è “ricco” o, ancor più, che è “super ricco”?
La difficoltà di “misurare” la ricchezza è però, per Giovanni Semi, in prevalenza, di natura cognitiva. A livello globale, al vertice della piramide, dall’1% allo 0,1%, il differenziale nella concentrazione della ricchezza si fa esponenziale: il numero degli individui possessori di sempre più spropositate fortune si assottiglia enormemente. È tale l’immensa differenza quantitativa – dal milione al miliardo al trilione – da essere inimmaginabile, non riconducibile a una qualche proporzione che faccia parte della comune esperienza della realtà.
Oltre a queste differenze quantitative, esiste una differenza “qualitativa” nella produzione di ricchezza? Quali aree della produzione capitalistica sono oggi all’origine dell’espansione della ricchezza? Da dove viene l’incremento, in maniera così vorticosa, delle fortune esplosive, non solo dei super ricchi, ma soprattutto dei ricchi? E da dove viene la figura dei “nuovi ricchi” alla Chiara Ferragni?
Il meccanismo di produzione capitalistica è in continuo mutamento, e sembra essere in grado di costruire, a partire dalle sue stesse crisi, nuove frontiere della ricchezza.
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