Com’è stato possibile pensare, negli anni ’70, di essere usciti dalla matrice guerra-capitale della prima metà del XX secolo? Per Maurizio Lazzarato, è stato un errore. «Il capitalismo non è solo un ciclo di accumulazione economica, è anche quello che io definisco un ciclo strategico: il ciclo strategico è il ciclo della guerra», che è tale perché precede, accompagna e segue il ciclo economico. Là dove l’economia esaurisce la sua fase espansiva, la forza extra-economica è fondamentale per riconfigurare un nuovo “ordine”, una nuova fase di accumulazione capitalistica.
Nel XX secolo le rivoluzioni del Sud del mondo – dalla Russia alla Cina, dal Vietnam all’Algeria, all’America Latina –, hanno rappresentato il tentativo più radicale di trasformare la guerra capitalista in lotta di classe, in guerra civile rivoluzionaria. È la lezione di Lenin, Mao, Giap: la guerra è il terreno politico del conflitto capitalistico, perché non esiste capitale senza Stato, né Stato senza guerra.
Una lettura dell’attuale crisi della globalizzazione prigioniera di un certo economicismo, è per Maurizio Lazzarato illusoria: interpreta il conflitto come effetto della crisi economica, e non riconoscere che la forza extra-economica – la guerra, la coercizione, la violenza di Stato – è parte costitutiva del capitalismo stesso. È la guerra a fondare l’accumulazione, non il contrario.
In questa fase del ciclo strategico, iniziato nel 2008, la macchina Stato-Capitale, a dominanza statunitense, continua a condurre alla guerra aperta, e reca con sé una grande novità: la gestione diretta dell’economia del genocidio, e senza alcuno scrupolo. Un passaggio che configura il capitalismo attuale come “capitalismo fascista” – una definizione di Paul Samuelson, che, a partire dall’“esperimento” neoliberale dei Chicago Boys del golpe cileno, è un paradigma per l’economia in generale: un «capitalismo imposto» attraverso la forza, un capitalismo fascista senza più la necessità di ricorrere al regime politico dei fascismi storici, integrato nel funzionamento stesso delle democrazie e del mercato mondiale.
Ma, allora, che ne è della rivoluzione? È ancora possibile porsi il problema di trasformare il ciclo strategico della guerra, della violenza politica e militare, in rivoluzione?
(2, continua)