Una domanda solo in apparenza spaziale: dove sono i confini del mercato di Porta Palazzo? La ricerca di storia orale di Gabriele Proglio mostra che il mercato non coincide con lo spazio regolare della piazza, e neppure è situato, al presente, in un’unica temporalità.
Assumere lo strumento della storia orale – critica nei confronti della storia come archivio, parola che, da arché, rinvia al palazzo del governo dei magistrati (gli arconti), a indicare in origine il luogo di conservazione degli atti pubblici, della legge, come emanazione del potere – significa mettere in discussione la storia documentale, nel suo essere espressione del punto di vista dominante. Al contrario, intervistare lavoratori regolari e irregolari, legali e illegali, uomini e donne migranti – le vite subalterne, degli “ultimi”, che gravitano per il cibo lungo i confini di Porta Palazzo – significa spostare lo sguardo: fare storia dal basso, raccogliere memorie nella strada, in un intreccio dialogico di reciproca responsabilità.
L’esperienza dei confini dell’Europa mediterranea – nei campi tra Bosnia e Croazia, di Ventimiglia, di Lampedusa, di Lesbo – è ciò che ha consentito infatti a Gabriele Proglio di rendere evidente il rischio della normalizzazione: tradurre la violenza sistemica subita dai migranti nella lingua e a partire dal posizionamento del ricercatore (maschile, europeo, privilegiato) significa renderla comprensibile secondo categorie occidentali, ma “diversa” per chi tenta di oltrepassare il confine.
Per uscire da questa impasse, decisivo risulta il riferimento a Édouard Glissant e al suo “diritto all’opacità”: non tutto deve essere reso trasparente; esiste un’eccedenza dell’esperienza che resiste alla rappresentazione imposta da un occidente che utilizza il confine per definire ciò che sta di qua e ciò che sta di là.
(1, continua)