Applicare il principio del “diritto all’opacità” di Édouard Glissant alla ricerca su Porta Palazzo ha significato per Gabriele Proglio affidare le interviste a donne bilingui interne alle comunità migranti. La condizione collettiva delle comunità migranti e diasporiche – l’esperienza emozionale di uno stato di sradicamento dell’“essere qua”, un vivere tra cultura d’origine e cultura adottiva come “doppia coscienza” (WEB DuBois) o, analogamente, come “doppia assenza” (Abdelmalek Sayad) – si riflette nelle memorie del cibo, a cui si associa l’intraducibilità di alcune parole, come ghurba o hanenn, che non coincidono con la parola “nostalgia”.
Il mercato non finisce nella piazza, esso continua nelle case e nelle cucine. Nei rituali dell’alimentazione, il mercato – non solo spazio economico, ma luogo affettivo e simbolico – apre a mondi molteplici: ogni cibo – la patata peruviana, la ciorbă rumena, il peperoncino cileno o il panettone peruviano – racconta storie insieme di perdita e di reinvenzione. «Il mercato è uno, ma in realtà è molti mercati sovrapposti».
A questa stratificazione contemporanea si intreccia quella storica. Porta Palazzo, fin dalla sua origine, emerge come campo di tensione permanente: è uno spazio storico e di storia coloniale – dal provvedimento securitario in risposta alla malattia del colera del 1835 alla retorica imperialista di Mussolini, con la collocazione nel 1935 delle due statue di Cesare e Augusto presso Porta Palatina*, fino alle più recenti immigrazioni – ma è anche laboratorio di convivenza e di invenzione.
Allora i “confini del mercato” diventano la metafora di un processo più ampio: là dove il potere tenta di delimitare, la «comunità degli ultimi», con le sue pratiche quotidiane di relazione attraverso il cibo, «trova sempre un modo di organizzarsi per immaginare futuri differenti», da costruire insieme.
- Nel 218 a.C., durante la discesa in Italia, Annibale assediò e distrusse Taurasia, capitale dei Taurini, popolo celtico stanziato tra il VII e il III secolo a.C. nell’area dell’odierna città metropolitana di Torino. Dopo la distruzione, l’area non rimase deserta, ma visse un lungo periodo di transizione, e progressivamente si venne a formare una popolazione mista dove la cultura fenicia locale iniziò a fondersi con quella celtica e latina nel vestire, nella lingua e nei culti religiosi. Solo verso il 28-25 a.C., con l’imperatore Augusto, questa mescolanza di popolazioni venne stabilizzata all’interno del nuovo perimetro murario (quello della Porta Palatina) della colonia di Julia Augusta Taurinorum.
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