Il problema delle disuguaglianze e le politiche istituzionali di redistribuzione

La disuguaglianza sociale è una tragica necessità della storia? Il divario tra ricchi e poveri, sempre più ampio e crescente nel mondo globalizzato, è un problema irrisolvibile? È per questa ragione, quindi, che è impossibile immaginare di sovvertire la realtà del capitalismo? A meno di mettere a rischio l’istituzione della democrazia, e consegnare la soluzione al potere di una tecnocrazia di Stato o di qualche istituzione sovranazionale, come il Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Che garanzia c’è che un potere riformatore tecnocratico sia davvero in grado di decidere cosa significa, di preciso, eliminare la disuguaglianza? In base a quale definizione di ricchezza? Quella delle opportunità di partenza? Quella della disponibilità monetaria? Quella dell’accesso materiale alle risorse e al loro godimento effettivo?

Fino a che punto una politica di redistribuzione della ricchezza, in termini monetari, attraverso l’ingegneria sociale della tassa di successione, è riuscita a invertire in Occidente, soprattutto dopo la Seconda Guerra mondiale, il processo di formazione della disuguaglianza sociale? Forse, il problema è più profondo, e richiede che sia presa in considerazione una visione della trasformazione sociale più ampia.

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