«La geografia – dice Alberto Vanolo – si interroga su come le cose prendono sempre forma nello spazio». Qualsiasi cosa dello spazio, non solo nella sua dimensione fisica, ma anche nei suoi aspetti più immateriali – difficili da decodificare. Perché, in gioco, è il senso stesso dello spazio: senso che dipende non solo dal modo in cui gli individui vivono la realtà dei luoghi – che già è il risultato di un’interazione reciproca: gli individui, nell’abitare lo spazio che li circonda, influenzati dalla sue caratteristiche, lo trasformano e ne sono a loro volta trasformati, in un’interazione continua che si fa storia – ma anche dal modo della loro “percezione e rappresentazione”, che influenza a sua volta la relazione con il contesto ambientale.
La geografia urbana si occupa, quindi, dell’immagine della città, non solo, e non tanto, nel suo aspetto visuale, ma con ciò che ha a che fare con l’“immaginario” urbano, individuale e collettivo. Come si fa ad apprendere il senso dello spazio, per potersi orientare, avere cioè dei punti di riferimento nel territorio? Quali sono i processi, soggettivi e insieme collettivi, attraverso cui si produce l’apprendimento dei luoghi, una mappa – e le molte verità dei luoghi? E come poi l’immaginario, l’”immagine della città” – spesso stereotipata, approssimativa – tende ugualmente a produrre la realtà dello spazio urbano che descrive?
Per Alberto Vanolo, la costruzione dell’immaginario della città ha una dimensione politica. La rappresentazione del luogo che un individuo abita, inseparabile dalla vita quotidiana, condiziona infatti la sua “identità spaziale”, ed è per questa ragione che modificare l’immagine di un luogo ha a che fare con aspetti materiali (ad esempio, la gentrificazione della città) e con i processi complessi di identificazione e di appartenenza legati a specifici spazi geografici.
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Video appartenente alla cena:
Cena Nº104
L’immagine delle città. Alcune riflessioni sulla politica della rappresentazione
con Alberto Vanolo