La frattura Occidente e Sud del mondo, tra rivoluzioni e nuovo ordine mondiale?

Dalla conquista dell’America fino al XX secolo, il sistema mondiale dell’economia capitalista si è costruito sul rapporto di sfruttamento del Nord con il Sud del mondo, un asse coloniale che ha alimentato la ricchezza dell’Occidente. Un processo in corso, dall’esito ancora aperto e instabile. E ciò a causa della novità introdotta dalle rivoluzioni del Novecento che, se pur fallite sul piano politico, hanno consentito il sedimentarsi di una nuova forza economica del Sud globale – la crescita della Cina e del Sud-Est asiatico, l’autonomia dei BRICS. Da qui l’emergere del mondo multipolare di oggi.

Il dominio del capitalismo sul mercato globale non è mai venuto meno. Per averne conferma, basta assumere, per Maurizio Lazzarato, una prospettiva storica su scala mondiale, non eurocentrica. Mentre, infatti, in Europa il periodo dei “trenta gloriosi” (1945-1975) – una fase di crescita economica e di progresso sociale – è stato un periodo di pace, nel Sud del mondo, è conciso con la violenza capitalistica la più feroce, quella delle guerre coloniali in Indocina (Vietnam), in Algeria, e delle ingerenze statunitensi in Africa e in America Latina.

In questa fase storica, la guerra – in varie forme, commerciale, finanziaria, militare – rimane il dispositivo centrale per la soluzione della crisi egemonica dell’Occidente. Il declino della centralità statunitense è segnato dal tentativo di riorganizzare su nuove basi le gerarchie dell’economia globale, che va dalla permanente ridefinizione dei dispositivi di controllo e di dipendenza all’impiego del terrore sistemico: la sconfitta militare in Ucraina e la complicità nel genocidio israeliano in Palestina.

Da questa frattura storica, quali possibilità per una nuova teoria rivoluzionaria?

(3, continua)

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