La musica tra pratica culturale e piattaforma algoritmica – Parte I

Ascoltare musica è oggi a portata di clic. La diffusione delle piattaforme digitali ha reso possibile un ascolto più libero e democratico, ma anche più superficiale: si ascolta “di tutto”, senza davvero conoscere nulla a fondo. È il passaggio da una «cultura del possesso» – il disco, l’oggetto fisico, la fruizione lenta – a una «cultura dell’accesso», della fruizione immediata, dove tutto è disponibile e tutto è più fluido.

È una trasformazione tecnologica dell’ascolto musicale – dal supporto fisico al digitale – che appunto, per Jacopo Tomatis, oltre che economica, è culturale. Il disco in vinile o il CD invitava a una diversa “alfabetizzazione” musicale: il gesto dell’ascolto implicava un maggiore investimento materiale e simbolico. Negli anni ’60 e ’70 la musica era al centro della vita sociale e politica: la “discografia antagonista” usava la musica come «supporto di dissenso» – di «dissenso contro» il potere, il sistema capitalistico, il mondo così com’è – e ascoltare e produrre musica, un prodotto della cultura di massa, era un gesto di contestazione della stessa cultura di massa.

Oggi, in un’epoca dominata dal sovraccarico di stimoli simultanei, dall’erosione stessa del tempo libero, la musica non solo ha perso quella centralità, ma svolge un ruolo difficile da confrontare con l’epoca passata.

(3, continua)

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