La musica tra pratica culturale e piattaforma algoritmica – Parte II

Dagli anni ’80 si è prodotta, per Jacopo Tomatis, una transizione storica: prima il mercato discografico riusciva a premiare la sperimentazione e l’innovazione musicale, oggi è parte di un ecosistema, sempre più controllato da multinazionali, dominato da una macchina algoritmica che è in grado di generare la formula di successo della performance artistica.

Nell’epoca dominata dalle piattaforme digitali, la creatività musicale si adatta ai tempi della visibilità social – quindici secondi su TikTok. I numeri di ascolto orientano l’investimento delle multinazionali dell’industria musicale. Tuttavia, dentro questo sistema, resta un margine d’imprevedibilità. Il caso dei Måneskin, esplosi da un trend virale nato casualmente su TikTok nelle Filippine, mostra come «una componente umana strana» di una periferia culturale possa improvvisamente decretare il successo mondiale di una canzone.

Questa dinamica rivela il paradosso della globalizzazione musicale. In precedenza, la circolazione limitata, a livello di circuito più nazionale, proteggeva il proprio sistema culturale, al cui interno era più facile per progetti eccentrici, di nicchia, arrivare a un’esposizione mediatica alta. «Oggi prevale una logica dell’1% nel modo in cui si selezionano i progetti a livello di industria musicale: pochi progetti che fanno tantissimi ascolti e una coda lunga sempre più lunga», e le differenze locali si dissolvono in una circolazione uniforme.

La musica viaggia dappertutto, ma rischia di suonare in ogni luogo allo stesso modo. La vera eredità dell’era digitale è forse questa: una libertà senza profondità, in cui la memoria dell’ascolto si confonde con la velocità del consumo?

(4, continua)

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