La sfida della matematica: questione di genere? Il problema delle due culture e il tema della cura

Qual è la comune esperienza scolastica della matematica? Più spesso è solo calcolo, e non linguaggio che aiuta a pensare e a dare forma al mondo. Un’esperienza segnata da ansia e sfiducia. Ed è più spesso terreno di esclusione. In gioco, per Cristiano Corsini, vi sono gli stereotipi di genere che, fin dall’infanzia, plasmano le aspettative: alle bambine si trasmette l’idea di non essere portate per la matematica, ai maschi per le lettere e per tutto ciò che ha a che fare con la cura, la cura dell’altro.

La scuola amplifica questa dinamica, e la valutazione, anziché contrastarla, la consolida. Le prove INVALSI mostrano infatti un quadro ricorrente: i ragazzi mediamente ottengono risultati migliori in matematica, le ragazze eccellono nella comprensione del testo. Il confronto internazionale dimostra che questo esito non è inevitabile. È un divario che non ha radici biologiche, ma sociali e culturali.

La stessa persistenza di una visione idealista tra le “due culture” – di un rapporto gerarchico tra saperi scientifici e saperi umanistici – non rinvia forse al genere, come costrutto sociale e culturale che influenza le diverse modalità di espressione della vita mentale (razionale ed emozionale) nella gestione dell’esperienza personale della realtà?

Ripensare la valutazione e riscoprire il laboratorio come spazio del pensare sul fare (Umberto Eco), come “didattica attiva”, significa valorizzare l’esperienza della vita mentale, e non solo della matematica, come processo – processo di acquisizione di conoscenza, di “imparamento” (Roberto Imperiale): dal comprendere (cum-prendere) all’apprendere (ad-prendere), fino al condividere (cum-dividere). Un esercitarsi a pensare che si esprime nel bisogno degli altri, in una necessaria circolarità.

(3, continua)

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