La tirannia del voto: quale cultura valutativa?

Il voto comunica la posizione di un individuo –  “a che punto sta” – all’interno di una classifica. Quale cultura valutativa si esprime allora nella centralità del voto, con la sua valenza di unico qualificatore (“bello” o “brutto”)? C’è consapevolezza che così la valutazione si trasforma in un criterio di selezione competitiva, che si basa sull’assunto di stabilire chi “vince” e chi “perde”, e a rischio di soccombere? E che così si finisce per legittimare la stratificazione sociale?

Il registro elettronico, con le sue medie aritmetiche automatiche e i colori che segnalano successi e insuccessi, accentua questa dinamica trasformando la valutazione in un meccanismo di comunicazione senza più mediazione, senza un reale dialogo educativo. Eppure, la normativa offre spazi di libertà, e di responsabilità educativa: «il registro elettronico si deve adeguare alla cultura valutativa di scuole e docenti». Se la forma dominante del registro elettronico conserva la preminenza, la tirannia del voto, allora «il problema è che la cultura valutativa di una parte non irrilevante della classe docente e dirigente è una cultura valutativa che fa del voto il bastone e la carota che legittima e discrimina».

Quale valutazione alternativa è possibile? Quale didattica ci restituisce invece una valutazione descrittiva, narrativa, basata sul fatto che la descrizione serve a orientare l’attività futura? Valorizzare il percorso di apprendimento, nel riconoscere la diversità degli studenti, significa affermare un’idea di insegnamento come processo aperto, fallibile, capace di rivedere i propri passi. Una prospettiva didattica auspicabile per una scuola sempre più complessa e multiculturale.

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