Le prove INVALSI sono la dimostrazione della criticità e degli effetti paradossali della valutazione scolastica: la valutazione da strumento si trasforma, per Cristiano Corsini, in esito, qualcosa che sta alla fine, da diventare così anche il fine del lavoro didattico. E la loro pubblicazione, anziché configurarsi come un aiuto all’autovalutazione – uno strumento di riflessione sul rapporto tra esiti e processi della didattica –, finisce per trasformarsi in un elemento di classificazione e di competizione tra scuole. Un effetto perverso dell’«illusione della misurabilità totale» della popolazione scolastica.
Perversità che risulta ancor più evidente nella pretesa di “misurare” l’apprendimento individuale, del singolo studente, con la conseguenza di rilasciare «certificati di competenza, patenti di eccellenza ed etichette di fragilità»: di fatto, un sistema che alimenta competizione e selezione. Ridurre l’apprendimento a una graduatoria finisce per emarginare forme di intelligenza e percorsi di crescita non standardizzati. In altri contesti, come quello anglosassone, prevale invece la logica del feedback: la valutazione descrive l’attività svolta, individua punti di forza e di debolezza e indica strategie concrete di miglioramento, spesso anche attraverso il peer feedback. Cosa che restituisce valore formativo al processo educativo e limita la stigmatizzazione.
La pratica della valutazione non è mai neutra: plasma la didattica, la relazione educativa, e ci interroga profondamente sul potere di selezione – classista – della scuola.
(4, continua)
Video appartenente alla cena:
Cena Nº107
La fabbrica dei voti. Sull’utilità e il danno della valutazione a scuola
con Cristiano Corsini