Nelle attuali società multiculturali europee, la questione della cittadinanza riflette la diversità di «intelaiatura sociale» sperimentata in epoca imperiale – come quella francese o britannica – nella gestione di popolazioni eterogenee. In Italia, in particolare, la cittadinanza si fonda su una logica genealogica e razzializzata, consolidata nel periodo coloniale e fascista, i cui effetti persistono nell’immaginario e nella gestione degli spazi urbani – ancora visibili, ad esempio, nell’area di Porta Palazzo.
Questa eredità coloniale alimenta l’idea di una società omogenea, in tensione con la realtà plurale delle città contemporanee. Tuttavia, per Gabriele Proglio, accanto ai dispositivi di subalternità, si sviluppano pratiche quotidiane che sono potenzialmente in grado di ridefinire l’idea stessa di cittadinanza. Nelle culture giovanili, nello sport e nelle produzioni artistiche e digitali emergono nuovi spazi di contaminazione, in cui si costruiscono forme ibride di convivenza e appartenenza.
Questi spazi della marginalità – spazi di nuove modalità sociali – restano esposti a dinamiche o di invisibilizzazione o di cooptazione, al punto «da perdere il senso della periferia». Nonostante la contrazione degli spazi pubblici e un contesto politico segnato da tendenze autoritarie, persistono energie collettive e possibilità di mobilitazione, capaci di anticipare forme inedite di cittadinanza, tra conflitto e convivenza.
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