Nel contesto attuale, caratterizzato da un’incertezza globale, la memoria storica può sfuggire al “mal d’archivio”, al delirio di archiviazione di dati, così pervasivo da essere paralizzante, da non risparmiare neppure il passato recente? Che ne è del Novecento, con le sue tragedie, le sue conquiste e le sue illusioni? Un recupero sterile del passato o una ripresa creativa, per il presente?
L’assenza di alternative, oggi, e nel declino dell’immaginario collettivo, sembra riflettersi in un estetica museale – “una bella teca” – per un passato, la cui funzione finisce per avere l’effetto di una paralisi ideologica o, al più, quello retorico di una passiva nostalgia. Questa operazione – per Giorgio Griziotti – rinvia, al di là del contesto politico italiano, a un fallimento culturale e politico più profondo: l’incapacità teorica e pratica del nostro immaginario nello scongiurare la catastrofe del nostro tempo, di cui «la morte della sinistra» è solo un’espressione.
Di fronte alla perdita di una spinta progressiva del capitalismo, e di conseguenza del sistema educativo, quale alternativa è offerta al venir meno di un processo di partecipazione consapevole alla cittadinanza, se non quella di un forzato ripiegamento nell’individualismo? E soprattutto per i giovani. La memoria del ’68 e degli anni Settanta, ultimo grande tentativo di rivoluzione mondiale, culturale e sociale, nonostante la sconfitta, cosa ci insegna invece sulla possibilità di un cambiamento?
Tuttavia, oggi, tutto sembra congiurare contro una nuova spinta trasformativa. Alla paralisi politica, in un declino, forse non più scongiurabile, dell’Occidente, nel corso di una crisi globale climatica, per Giorgio Griziotti, è necessario non rinunciare a fornire una risposta: riuscire a superare gli schemi del passato e promuovere la costruzione di una nuova teoria. Anzi, di una nuova storia, caratterizzata dalla presenza, finora non considerata, inedita, di tutti i soggetti e le entità del sistema vivente.
(3, continua)