Il piacere per l’ascolto di una canzone è un buon punto di partenza per una pratica di incontro tra gusti musicali. Anzi, può trasformarsi in un’esperienza educativa. Le canzoni della musica popolare che gli individui ascoltano – dalla trap per gli adolescenti alla canzone d’autore per gli adulti – diventano strumenti per parlare di sé, forme di espressione attraverso cui interrogare vissuti complessi. Così la musica – anche di testi problematici – apre spazi di dialogo, si fa linguaggio relazionale.
Ma, come ricorda Jacopo Tomatis, «la musica è una pratica condivisa per definizione, cioè la musica funziona come attività sociale»: prima della registrazione sonora, che ha reso possibile l’ascolto “da solo”, la musica esiste da sempre come esperienza collettiva, terreno di scambio e di confronto, ancor prima della globalizzazione, tra culture e sensibilità diverse.
E là dove si manifesta una idiosincrasia per un gusto musicale, la stessa avversione – per un genere, per una canzone – può diventare un dispositivo critico per mette in discussione i nostri criteri estetici: in ciò che si presenta come estraneo, lì c’è qualcosa che va al di là di sé, qualcosa che è da preservare e non da rifiutare per, appunto, aprirsi in qualche modo all’ascolto. È la lezione di Carl Wilson in Musica di merda / Let’s Talk About Love, dove si racconta come da un rifiuto – l’odio dichiarato per Céline Dion – si possa costruire un’intera indagine alla fine della quale ottenere, in un momento culminante, un’inattesa rivelazione.
A conferma di questa dinamica, c’è il racconto di Giovanni Semi nel carcere di Saluzzo: l’esecuzione imperfetta di un brano detestato – Vivere di Vasco Rossi – si trasforma in un momento di intensa partecipazione emotiva grazie al contesto: un contesto biografico segnato da attese, da un’atmosfera densa, che dà alla canzone un significato irriducibile ai criteri di un’estetica personale.
Così, tra odio e ascolto, la musica si rivela per ciò che è: uno spazio di incontro, in cui comprendere l’altro non significa condividerne il gusto, ma partecipare a un mondo.
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