Per la costruzione politica (ed estetica) di una geografia urbana “più che umana”

I processi di rigenerazione urbana, di privatizzazione dello spazio pubblico o delle misure preventive a tutela della sicurezza tendono a privilegiare la creazione di luoghi esteticamente sicuri (prima ancora che effettivamente sicuri). Una pratica a volte di fatto violenta: la rimozione di individui e gruppi la cui presenza minaccia le qualità estetiche e il “decoro” di uno spazio urbano.

In generale, l’attenzione privilegiata ai “bisogni” di valorizzazione del territorio tende a stabilire un regime di distinzione tra il visibile e l’invisibile, un disciplinamento in base a cui si definisce ciò appropriato e ciò che non è appropriato, la legittimità di ciò che sta “dentro” allo spazio urbano e di ciò che sta “fuori” dallo spazio urbano.

In definitiva, per Alberto Vanolo, «è terribilmente difficile costruire città, e immagini di città». La costruzione di un tessuto di vita urbana, e del suo stesso immaginario, richiede molto tempo. E, in ogni caso, è difficile prevedere, immaginare in prospettiva il futuro di una città. Anche perché, alla domanda «in quale città vorremmo vivere» – che equivale a chiedersi in quale società vorremmo vivere – non è affatto scontato riuscire a dare una risposta.

Domandarsi se c’è un’alternativa praticabile allo status quo attuale è ancora una questione politica. A partire dal «politicizzare e riappropriarsi degli spazi della vita quotidiana», occorre forse fare lo sforzo di pensare che “cos’è la società”, la convivenza umana, al di fuori di una strumentazione categoriale antropocentrica: «Perché la geografia umana – che si occupa della relazione tra spazio e società – deve occuparsi dell’umano? Forse ci interessa una geografia più che umana», che sappia includere tutto il vivente nella sua capacità di plasmare la propria esistenza e di influenzare il contesto che determina di volta in volta le possibilità della sua azione (agency). Un potere che vale anche forse per le cose stesse.

(9, fine)

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