La differenza tra due semplici formule linguistiche – dire “bravo”, “così si fa” o dire “mi piace” – rivolte all’altro di una relazione affettiva non è priva di conseguenze: la prima rimanda a una valutazione della prestazione secondo un “gioco” implicito deciso da chi parla, la seconda, rende esplicito un vissuto soggettivo di chi parla, senza rimando a un criterio di approvazione. Ma cosa succede quando temi politici e culturali – femminismo, patriarcato, ruoli di genere – entrano nello spazio dell’intimità di una coppia?
Là dove il messaggio assumo la forma impersonale del divieto o della prescrizione morale – del “non si fa” o “non si dice” – c’è il rischio di produrre una adesione formale più che una trasformazione profonda delle dinamiche più sottili della relazione. Parlare in prima persona, formulare richieste anziché ordini, separare l’esperienza personale dall’enunciazione ideologica sono pratiche di una basilare ecologia della comunicazione.
L’ideologia serve a fare politica nello spazio pubblico, per produrre cambiamento sociale; nell’intimità, comunicare non significa educare il partner a un modello corretto, ma rendere conoscibile ciò che ci fa piacere o ci ferisce, lasciando spazio alla possibilità che l’altro non riesca sempre a soddisfare la nostra richiesta. Che, altrimenti, il dialogo si trasforma in un esercizio di controllo, più che di incontro.
Per una cura della comunicazione di copia, è meglio evitare semplificazioni. Le relazioni umane seguono la logica della complessità, non quella delle categorie rigide dell’identità: non esiste “il” maschile o “il” femminile in astratto, ma modi singolari di essere uomini e donne, che entrano in relazione in maniera imprevedibile.
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