Il mercato di Porta Palazzo di Torino è uno spazio di convivenza di pratiche alimentari tradizionali, anche informali e irregolari, che raccontano storie di migrazione stratificate, e dove il cibo – quello che metti nel piatto, che è ciò che una società considera commestibile, accettabile o desiderabile – disegna una geografia culturale, un campo politico e simbolico del gusto, che struttura la vita quotidiana del mercato.
La zona del mercato «è stata gestita da sempre, prima ancora dell’Unità d’Italia, come una sacca di persone immigrate verso Torino e che dovevano comunque rimanere fuori dal centro, non avevano né i vestiti, né il portafoglio…, né lo status di poter entrare nel centro.»
Tra bancarelle, spezie e ingredienti tipici, come ci mostra Gabriele Proglio, le pratiche di mercato – la ricerca di sapori e odori, secondo ricette provenienti da altrove – si intrecciano a memorie sensoriali e a pratiche di adattamento e di sopravvivenza legate alle migrazioni contemporanee. In questo senso, il cibo non è solo nutrimento, una pratica domestica o gastronomica, ma è un dispositivo che rende visibili gerarchie culturali e sociali, e riflette anche dinamiche interne alle stesse comunità migranti: ingredienti, modi di cucinare o pratiche alimentari diventato indici della differenze tra città e campagna, tra modernità e tradizione, tra appartenenza originaria e aspirazione al cambiamento.
A queste dinamiche si aggiunge una dimensione storica più profonda. Le rappresentazioni commerciali di molti prodotti oggi quotidiani – come spezie, caffè o peperoncino – conservano tracce di un immaginario che riproduce rappresentazioni razzializzate o sessualizzate dei corpi, risalenti alle rotte commerciali e ai rapporti di potere costruiti durante l’espansione coloniale. Insomma, guardare al cibo significa leggere, nel quotidiano, la storia globale che attraversa la città di Torino.
(3, continua)