Da sempre gestita come spazio “contenitore” di una marginalità migrante, l’area di Porta Palazzo è oggi il bersaglio privilegiato di una narrazione mediatica funzionale a politiche costruite sull’insicurezza. Un racconto che alimenta un immaginario securitario e produce una ghettizzazione simbolica: quella di un luogo degradato e pericoloso, lontano però dall’esperienza reale di chi lo attraversa.
In realtà, il territorio vive di reti di solidarietà, pratiche di mutuo aiuto e forme di organizzazione dal basso che regolano la convivenza quotidiana, a fronte di una sostanziale assenza di politiche sociali e di investimenti pubblici istituzionali. A ciò si aggiungono dinamiche di speculazione immobiliare legate ai processi di gentrificazione, che contribuiscono a ridefinirne ulteriormente i confini sociali.
Per Gabriele Proglio, questa distorsione affonda le radici in una svolta precisa: dalla fine degli anni Ottanta «non si è più capaci di pensare al conflitto sociale». Quello che un tempo era riconosciuto come elemento strutturale diventa oggi un problema di ordine pubblico. Il conflitto si depoliticizza, si trasforma in emergenza da gestire, e così si oscurano le cause profonde delle disuguaglianze, rafforzando lo stigma su aree come Barriera di Milano.
In questo contesto, ciò che appare marginale può diventare invece uno spazio politico attivo? Come osserva l’antropologo David Graeber, la democrazia nasce negli “interstizi” del potere: in contesti dove le istituzioni arretrano, emergono pratiche concrete di autogoverno. Si tratta di riconosce che «la democrazia, come forma di governo, se avesse un corpo e venisse a Barriera di Milano, avrebbe tantissimo da imparare»: un sistema relazionale, che si basa sulla conoscenza situata degli individui, su forme di convivenza e intelligenza collettiva, non riducibili alla semplificante imposizione di una «cornice normativa» astratta.
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