Porta Palazzo, tra regimi plurali di controllo e genealogie della marginalità

Porta Palazzo è davvero un territorio dominato unicamente da degrado e illegalità? O non invece una trama complessa di relazioni e poteri di invenzione del territorio? Il controllo dello spazio urbano non appare concentrato nelle istituzioni formali, spesso percepite come ininfluenti, ma distribuito tra una pluralità di attori: reti informali, comunità migranti e organizzazioni più o meno visibili.

Questi “regimi plurali” non sono classificabili in termini di legalità e illegalità, ma convivono e si intrecciano, contribuendo a produrre forme situate di ordine. Episodi di gestione autonoma dei conflitti rivelano come la sicurezza possa emergere anche da pratiche comunitarie, radicate nella prossimità e nella conoscenza reciproca.

Allo stesso tempo, ciò che oggi viene letto come effetto dell’immigrazione recente si iscrive in una continuità storica più lunga: le figure della marginalità e dell’illegalità attraversano il tempo, mutando linguaggi e soggetti. La zona di Porta Palazzo, come Barriera di Milano a Torino, o Conchetta a Milano o Begato a Genova, è il luogo nel quale nascono le batterie: «Le batterie sono dei gruppi di giovani, immigrati più delle volte,  che a un certo punto decidono di non starci più con tutto quello che c’è attorno, e di dire: Ok, non vogliamo fare il delinquente per tirare su soldi ma lo facciamo in una prospettiva in qualche maniera sociale» (Gabriele Proglio).

Le narrazioni contemporanee – dalla cronaca mediatica alle culture urbane come trap e hip hop – rielaborano queste esperienze, così come in passato faceva la cultura popolare locale – dalla “leggenda” della banda Cavallero alla canzone di Gipo Farassino. Porta Palazzo emerge come uno spazio dinamico, in cui la marginalità non è un’anomalia, ma una condizione storicamente prodotta e continuamente ridefinita.

(5, continua)

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