Prassi didattiche in conflitto, ma per quale idea di cultura?

“«Se un compito è da quattro, io gli do quattro». E non capiva, poveretta, che era proprio di questo che era accusata. Perché non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti eguali fra disuguali.” (Lettera a una professoressa). E stiamo ancora a questo punto, a una cultura valutativa che seleziona – “i salvati e i sommersi” – fondamentalmente classista.

La scuola è attraversata da un conflitto pedagogico: da un lato la tradizione trasmissiva, che fa del voto la base del processo valutativo, che difende la “scuola del rigore”, delle bocciature, dall’altro una didattica attiva, fondata sul confronto, nell’uso dei saperi disciplinari, per educare a un certo sguardo sul reale, a sviluppare ambiti di riflessione e azione sul mondo – ben oltre la caricatura della “scuola facile”.

Prassi didattiche in conflitto, dunque. Un conflitto che non è solo pedagogico ma culturale, e interessa l’“idea di mondo”: che «sta in classe, quell’idea, perché se tu tratti i tuoi studenti come oggetti [di valutazione], è quella la tua idea di mondo. […] La tua didattica è il tuo modo di vedere il mondo» (Cristiano Corsini).

Come, quindi, insegnare? Una didattica di qualità non semplifica il sapere, per abbassare il livello dell’esperienza di apprendere. Al contrario, si interroga sull’esperienza di apprendere: come si ottiene la capacità di accedere a un qualsiasi dominio di conoscenza? E, soprattutto, si interroga sulla dinamica relazionale entro cui l’esperienza di apprendere accade, affinché sia un’esperienza non di competizione ma di condivisione.

(8, continua)

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