Ripensare la valutazione: cosa insegna davvero la scuola con il voto?

La domanda sull’utilità di un’attività umana, quale è la valutazione a scuola, non può fare a meno di rispondere a quesiti fondamentali: che cosa significa educare? Perché educare? La critica alla valutazione incentrata sul voto – la “tirannia del voto” – evidenzia “quel che il voto non fa”: non può orientare il percorso educativo, perché è privo di un riscontro descrittivo sull’attività svolta. Questo tipo di valutazione – un dispositivo di natura premiale o punitiva – è però carico di implicazioni educative, sociali e politiche.

La valutazione incentrata sul voto etichetta, classifica, insegna la passività: essere oggetto di valutazione significa accettare la collocazione assegnata da chi è dotato di potere valutativo. È diseducativa, ostacola lo sviluppo dell’autonomia, l’assunzione di responsabilità, e, in questa prospettiva, si riduce a strumento di controllo, a forma di gestione del potere. Che cosa, infatti, si apprende davvero a scuola? «A stare fermo per tante ore, ad accettare una certa disciplina, a pagare il tuo status con lo studio e ad accettare il fatto che il tuo posto nella gerarchia sociale sarà quello. Questo è l’apprendimento più prezioso della scuola. E non abbiamo fatto grandi passi in avanti» (Cristiano Corsini). È la scuola del capitalismo maturo.

Una valutazione educativa è anzitutto trasformativa. Perché implica la condivisione del potere valutativo e la promozione di processi di autovalutazione: gli studenti devono avere la possibilità di “attribuire valore” alla loro esperienza di apprendere. «Perché se non fanno questo, imparano ad accettare il valore che viene loro assegnato da un’altra persona. […] Eh no! Io, come individuo, non sono oggetto di valutazione. Non lo sono qui e non lo sarò mai. E quando sarò oggetto di valutazione dovrò dire la mia, imparare ad aprire un conflitto».

Cosa può fare allora l’insegnante? «Quello che può fare un insegnante è cambiare le sue prassi valutative. La proprietà dei mezzi di produzione non è alla portata, secondo me, del singolo insegnante». E forse, per cominciare, vale la pena interrogare la figura stessa dell’insegnante: a cosa serve oggi l’insegnante?

(9, fine)

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