Possiamo mettere sullo stesso piano artistico Fabrizio De André e i cantanti trap? Una domanda provocatoria, che più che riguardare la qualità musicale, interroga i criteri stessi con cui giudichiamo l’arte. L’obiezione che la trap sia priva di un immaginario di mondo, e non sia “trasformativa” del nostro stare al mondo, rivela infatti un’aspettativa ereditata da una tradizione cantautorale e politico-espressiva che non coincide con l’immaginario musicale della trap.
Questa aspettativa è più l’indice di un’appartenenza a una “bolla sociale”: il fruitore della trap – l’“abitante di Barriera di Milano”, come evocato nella conversazione – non è nella stanza, e quella richiesta è più l’espressione di un’élite culturale che rischia di proiettare sulla musica popolare le proprie categorie di valore. Il rifiuto della trap può così riflettere non un criterio estetico “oggettivo”, ma una distanza di classe e di esperienza rispetto ai mondi da cui la trap proviene.
All’interno di questa visione prospettica, Giovanni Semi richiama la lezione radicale di Jacques Rancière, secondo cui la modernità ha dissolto l’idea stessa di una gerarchia stabile dei valori estetici, di una conformità a un “canone estetico”, a un modello ideale di bellezza. Da quando l’opera d’arte circola nello spazio pubblico, fuori dagli spazi tradizionali deputati – la chiesa, la dimora nobiliare – la figura dello “spettatore emancipato” è l’espressione di una rottura, di una rivoluzione democratica nell’accesso alla fruizione estetica. Da quel momento in poi, non è più possibile definire un parametro in base a cui legittimare “ciò che è bello” e “ciò che è brutto”, e quindi distinguere “chi vale di più” fra Dante e Fabio Volo, se non la tradizione che scegliamo di difendere.
La storia della musica funziona allo stesso modo. Il canone non riflette un progresso naturale della qualità, ma una costruzione a posteriori, pensata per istituzioni il cui compito è pedagogico, funzionale alla trasmissione culturale. Nel campo della popular music, osserva Jacopo Tomatis, non si tratta più di difendere un canone fisso, ma di comprenderlo come processo complesso di costruzione di valore e di lotte di legittimazione. L’arte, in questo contesto, non è un punto di partenza, ma l’esito di processi sociali e storici.
Perché allora non liberarsi dell’idea stessa di “arte”, e domandarsi invece che cosa rivela di noi, della nostra posizione sociale e culturale, la nostra immagine del gusto estetico
(8, continua)