A Torino c’è una dualità di inflessione linguistica, quello del “neh” e quello del “miii” (o “minchia”), che restituisce, in forma quasi emblematica, la persistenza di stratificazioni storiche dell’immigrazione torinese: da un lato l’eredità sabauda e dall’altro le traiettorie migratorie interne che hanno ridefinito la composizione sociale della città – espressione di differenti posizionamenti all’interno di rapporti di egemonia e subalternità.
Tuttavia, per Gabriele Proglio, le culture subalterne non sono spazi chiusi, ma luoghi di contaminazione creativa: è proprio nella marginalità che si attivano processi di ibridazione culturale, attraverso cui linguaggi globali vengono riappropriati e risignificati. Ad esempio, negli anni ’80 e ’90 le esperienze musicali dei gruppi reggae, come gli Africa Unite, e dei Subsonica negli spazi creativi di Barriera di Milano, mostrano come pratiche apparentemente esogene diventino strumenti per articolare vissuti locali del disagio.
In questo quadro, il mercato di Porta Palazzo assume una funzione cruciale: esso opera come infrastruttura materiale e simbolica di relazione, in cui lo scambio economico e alimentare produce forme minime ma efficaci, più che di mescolanza generalizzata, di convivenza di comunità, che mantengono tratti identitari forti, e al tempo stesso di coesistenza pragmatica.
Porta Palazzo offre allora un modello alternativo di convivenza urbana, fondato non sull’ideale normativo dell’integrazione, ma sulla persistenza delle differenze e sulla loro articolazione situata – Porta Palazzo, quindi, come spazio conflittuale e generativo insieme.
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