“Una volta era meglio”, per Jacopo Tomatis, è un luogo comune nella storia culturale della canzone italiana. Ogni epoca tende a idealizzare la musica del passato: già dagli anni in cui si comincia a costruire l’idea di canzone italiana, alla nascita del Festival di Sanremo, il discorso nostalgico tende a risalire all’epoca fascista e, ancora più indietro, alla canzone napoletana.
Quella della nostalgia del passato è una costruzione retorica. Ma, oltre a ciò, c’è un elemento autobiografico, esistenziale per cui la musica che ci sembra “più bella” non è quella di oggi: c’è una fase della vita, che è l’età dell’adolescenza, in cui si ascolta più musica e si ha più tempo da dedicare all’ascolto musicale con una ricettività e un’intensità emotiva che non sarà più eguagliata nell’età successiva.
Ma, nell’oggi, rispetto a quale musica si esercita l’ascolto? In effetti, lo stesso ascolto musicale contemporaneo è dominato dalla tendenza alla “retromania” – concetto elaborato da Simon Reynolds – , una dinamica culturale che si esprime nella tendenza ad ascoltare e a usare sonorità vintage, che è forse il segno della “crisi del futuro” di cui parlava Mark Fisher. In ogni caso, è una tendenza sistemica che ha a che vedere con la logica economica di mercato: le piattaforme digitali, come Spotify, orientano l’ascolto verso il “catalogo” (musica più vecchia di tre anni), cioè la musica di ieri, perché più redditizia di quella recente.
Tuttavia, la scena musicale globale, segnata da un’apparente saturazione estetica, è in continua evoluzione – dalla trap alla drill, dal reggaeton alle sonorità afro-elettroniche. Non si tratta di stabilire se la musica di oggi sia “peggiore” o “migliore” di quella di ieri. l problema, semmai, è riconoscere che – e ciò vale in rapporto a tutta la musica – tutto si riduce a un concetto, quello di competenza: occorre saperla fare, ascoltare, suonare, occorre costruire nuove competenze per poter entrare in questi nuovi mondi sonori.
(1, continua)