In arrivo / Cena Nº76 - Giovedì 26 Maggio 2022

Individuo o Condividuo?

con Francesco Remotti

«Individuo» è una parola molto antica. Una parola che persiste nella nostra lingua, di cui non si riesce fare a meno in una pluralità di contesti dell’esperienza umana, dal linguaggio quotidiano a quello scientifico.

Il concetto di «individuo» è un’invenzione terminologica che risale a certi momenti della filosofia greca e alle istanze della religione cristiana e si presenta come una “conquista” della società moderna, in termini di libertà e di difesa dei diritti umani; e anzi pretende di essere un modello universale di rappresentazione della realtà umana.

In realtà, l’«invenzione dell’individuo» risulta essere un’eccezione, una vera e propria «stranezza» antropologica, la cui messa in crisi si rende oggi necessaria.

Insieme a Francesco Remotti* cominceremo a interrogarci sulla possibilità di andare «oltre l’individuo» e di sostituire ad esso il concetto di «condividuo», una parola nuova per una rappresentazione più congruente con la struttura stessa dell’esperienza umana.

Nota: La Cena N°76 è in continuità con la precedente Cena Nº60:   Somiglianze. Una via per la convivenza (Martedì 18 Giugno 2019).

* Francesco Remotti è un antropologo culturale, e dal 2015 è professore emerito dell’Università di Torino. Tra le sue pubblicazioni si ricordano Centri di potere – Capitali e città nell’Africa precoloniale (2005), L’ossessione identitaria (2010), Per un’antropologia inattuale (2014) e Somiglianze. Una via per la convivenza (2019); Ridere degli dèi, ridere con gli dèi. L’umorismo teologico (con M. Raveri e M. Bettini, 2020); Il mondo che avrete. Virus, Antropocene, Rivoluzione (con A. Favole e M. Aime, 2020).

 

1. L’individuo: una rappresentazione fallace dell’essere umano

È possibile uscire fuori dalla comprensione dell’essere umano che è contenuta nel concetto di individuo?
Per Francesco Remotti, intanto, è possibile, ed è un primo passo, avere la consapevolezza che quella di “individuo” è un’invenzione terminologica, culturale, di cui si può fare la storia. È un’acquisizione della civiltà occidentale, la cui pretesa di erigere, in epoca moderna, l’individuo a modello universale della realtà umana, a espressione “superiore” di civilizzazione, è qualcosa su cui occorre invece interrogarsi.

E, poi, c’è un secondo passo, che consiste nel rendersi conto che il concetto di individuo è una rappresentazione della realtà umana tra le altre e, per di più, che si tratta di una «rappresentazione fallace». A certificalo oggi è la stessa biologia, in grado di promuove una visione “con-dividuale” dell’organismi viventi, e dell’essere umano stesso.

(1, continua)

2. L’individuum di Agostino: dall’anima di Platone e la persona di Boezio a oggi

«Individuum», in senso antropologico, origina da Agostino d’Ippona. L’individuo come “particolarità” (unicità) e “indivisibilità” (rispetto all’uomo di anima e corpo) è quindi un’invenzione concettuale del cristianesimo. Francesco Remotti, ne traccia una storia, in un prima – alcuni momenti della filosofia greca, in particolare in Platone – e in un dopo, che giunge, attraverso il concetto di persona della teologia medievale cristiana, fino al linguaggio comune di oggi.

È l’assenza di una concezione relazionale di persona – l’“individua substantia” di Severino Boezio – che fa della concezione cristiana dell’essere umano una «stranezza» rispetto alle società studiate dall’antropologia tradizionale. Stranezza nella stranezza, nella dottrina cristiana della trinità, la concezione relazionale permane, ma è riservata all’entità superiore della divinità

Ma l’“individualismo”, così persistente ancora oggi, da permeare la concezione della realtà tutta, umana e non umana, è davvero una “conquista” della modernità?

(2, continua)

3. Il condividuo: pensare l’umano nell’intreccio della vita

Dove finisce un individuo e ne comincia un altro? In biologia – lo studio degli organismi viventi – il concetto di individuo non funziona, almeno non più. La relazionalità – la simbiosi, la stretta relazione che intercorre nella produzione reciproca del vivente – è diventata così centrale da rendere la nozione di individuo irriconoscibile

Parlare di individuo non ha più senso. La relazionalità è una caratteristica costante della vita, e l’evoluzione biologica è fortemente basata, più che sula competizione, sulla cooperazione, sulla coevoluzione, l’intreccio reciproco, mutuo tra organismi.

A partire da qui, e dall’esplorazione di altre antropologie, come quella dei Kanak, osservati da Maurice Leenhardt, l’immagine dell’essere umano si fa più complessa. L’essere umano è fatto di relazioni – non quindi da una sostanza predefinita, ma dalle relazioni che compongo il suo divenire, la sua convivenza e la sua storia.

La condividualità – la proposta di Francesco Remotti – è dunque una nozione più congruente con la realtà dell’esperienza del vivente umano e non umano.

(3, continua)

4. Le problematicità della convivenza: lo stregone e l’eremita

Spodestare il primato dell’individuo nella comprensione che un singolo ha di sé, e del suo posto nel mondo, non sembra così facile. La nozione di individuo – come soggetto supposto autonomo, sovrano, privo di vincoli e di relazioni, connotato soltanto dalla sua capacità di scelta razionale su base utilitaristica – domina ancora l’auto-rappresentazione del soggetto sociale.

Per renderci conto di ciò, la provocatoria domanda di Francesco Remotti – Che me ne frega dell’altro? – è sufficiente. Non è infatti così facile rispondervi. E neppure è facile sostituirvi il paradigma morale della cura.

La convivenza è un’esperienza che non va da sé. È piena di problematicità, e di “tossicità”, che generano “crisi”, uno stadio di instabilità per la riproduzione della società stessa.

In mondi di interesse antropologico, stregoneria ed eremitaggio sono due soluzioni – per certi versi opposte – alla pressione che la stessa convivenza esercita sulla singola esistenza personale.

(4, continua)

5. Dall’intrico all’intreccio, per una politica della convivenza

Che cosa ingabbia l’«individuo» – il soggetto sovrano della modernità – a credere all’esistenza della rappresentazione che fa di sé: auto-centrato, autosufficiente, identico a sé stesso, in grado di fare ricorso alle proprie capacità razionali, per lo meno in stato di veglia? Come fa a trovare in sé – e non nell’intreccio delle relazioni che lo costituiscono – la propria ragion d’essere? E a convertire la relazionalità, nelle sue molteplici congiunzioni, così «difficili da sopportare» con l’altro, umano e non umano, solo in un processo puramente strumentale alla soddisfazione dei propri bisogni e alla massimizzazione del proprio interesse?

Come uscire da questa visione dell’umano? Eppure, esistono altre antropologie, altre politiche dell’umano, in mondi ai margini della nostra società. E forse, per Francesco Remotti, è dal margine di questi mondi che bisogna imparare a fare umanità per mettere ordine in quell’intrico che è il mondo.

(5, continua)

6. Produrre somiglianze, per una dinamica della convivenza

Quale sguardo adottare nell’incontro con l’altro, nella convivenza? La sola ricerca di somiglianze non basta.

È necessario, per Francesco Remotti, promuovere una dinamica di costruzione della convivenza, a più dimensioni, corporea, cognitiva ed affettiva, emotiva e relazionale, materiale e simbolica. È cioè necessaria una «produzione di somiglianze» o, per dirla in altri termini, una produzione dell’umano per mezzo dell’umano.

Al riguardo, mondi antropologici altri offrono modelli di convivenza, la cui durata secolare – prima della loro messa ai margini ad opera dalla nostra civiltà, con la sua storia e la sua politica colonialista – ha dato prova di una saggezza creativa per il governo dei processi profondi che regolano la riproduzione sociale.

Al contrario, l’impresa moderna di società, nella sua presunzione di superiorità – di possedere l’unica conoscenza vera, mentre le altre solo credenze –, è soltanto capace di trasformare l’imminenza del disastro ambientale in un’apocalisse per le generazioni future. E, per di più, già così gravida di violenza.

(6, fine)