In arrivo / Cena Nº80 - Mercoledì 11 Gennaio 2022

Transizione ecologica, prospettive radicali

con Dario Padovan

* Dario Padovan è professore associato di Sociologia presso l’Università degli Studi di Torino e coordinatore scientifico della Cattedra Unesco dell’Università di Torino. Negli anni ho sviluppato ricerche e studi su molti differenti temi orchestrati attorno alle coppie dicotomiche natura/cultura e ambiente/società. È inoltre Vicepresidente di ISMEL.

In copertina: Urbanizzazione=morte di Nemos

1. Quale “strategia di uscita” dal regime ecologico del presente?

È a nostra disposizione una teoria della transizione? Esiste un apparato concettuale in grado di gestire la sfida dell’abitabilità stessa del nostro pianeta?

Che problema è la “transizione” da una società a un’altra? Cosa significa transitare da un regime ecologico a un altro? A inizio ‘900 la rivoluzione sovietica si pose la questione, e, in tempi più recenti, dopo gli anni ’70, quando fu chiesto, all’interno di un dibattito del Partito Comunista Francese, a intellettuali come Étienne Balibar, a Maurice Godelier e altri antropologi, di formulare i termini della questione.

Per Dario Padovan, il problema di fondo così come fu definito allora –  capire da quale società, da quale regime ecologico si tratta di uscire – resta tuttora una questione da risolvere. La necessità di un’alternativa che va a  sommarsi alla società esistente – in una logica di dualismo di potere tra due società a confronto, tra due sistemi economici in frizione l’uno con l’altro – inevitabilmente implica un aumento di pressione sulle risorse energetiche per il funzionamento della società.

All’interno di una logica di conflitto tra una dimensione e un’altra, quel che occorre avere è una serie di indicatori in base ai quali poter “misurare” il cambiamento, e cioè avere una “strategia di uscita” dal presente. E non sembra che questa esigenza sia per le attuali istituzioni politiche europee all’ordine del giorno.

(1, continua)

2. Che cos’è una società ecologica? Modelli teorici a confronto

Una transizione storica in grado di far fronte all’attuale crisi ecologica, il cui segno più evidente è il cambiamento climatico, ma che non è riducibile ad esso, ha bisogno, per Dario Padovan, di «una grande, potente trasformazione».

Sulla scia della riflessione di Étienne Balibar, la transizione è un processo che genera conflitto a tutti i livelli della società. La transizione non è un processo lineare, è un processo tutt’altro che pacifico, dove si confrontano e si scontrano poteri di natura straordinaria; è il conflitto è inevitabile nel corso di un processo di trasformazione di una società espressamente orientata al suo stesso cambiamento.

Ma quale cambiamento? Quale il segno della sua direzione? Il suo orizzonte dipenderà dalla risposta che, in pratica, verrà data a una domanda in particolare: che cos’è una società ecologica?

Al momento, la risposta è in gioco nel confronto tra teorie della transizione molteplici, le cui prospettive diverse sono tra loro in aperto conflitto.Impegnare la nostra immaginazione nel cercare una soluzione alla domanda: verso dove andare? Quale società desiderare? è, e resta, un compito urgente che riguarda tutti.

(2, continua)

3. Sistema capitalista, macchina dei desideri e limite alla sopravvivenza

Quale soluzione alla transizione ecologica? La crisi socio-ecologica è un sintomo dell’epoca geologica attuale la cui descrizione è contenuta nel termine di Antropocene*. Ma qual è la diagnosi, l’indagine sulle radici, sulle origini della crisi?

La responsabilità è da imputare a una «bulimia predatoria» connaturata a un’astratta essenza della specie umana?  O è invece il risultato del processo storico del sistema di produzione capitalista fin dalle sue origini occidentali (XVI secolo), e del suo modello di sviluppo socio-economico? E perciò si tratta, in maniera più appropriata, di parlare di Capitalocene.

Difficile in ogni caso sbarazzarci di quella formidabile “macchina dei desideri” che è il sistema di produzione del capitale, che modella la nostra soggettività, la nostra propensione ad un consumo senza limiti delle risorse naturali, e giustifica la crescente diseguaglianza sociale nel loro godimento.

Dalla risposta a quale natura di cause addebitare l’attuale crisi ecologica dipende il tipo di cambiamento (per una politica dall’alto o dal basso, per un’azione individuale o collettiva e per l’educazione) da realizzare per la stessa sopravvivenza umana – che, se pur necessario, non è detto che sia ancora possibile.

* Antropocene, epoca geologia attuale, in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, viene fortemente condizionato su scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana, con particolare riferimento all’emissione di gas climalteranti in atmosfera. Il termine stato coniato dal premio Nobel per la chimica atmosferica Paul J. Crutzen (2000).

(3, continua)

4. Transizione ecologica: il problema della riduzione… di tutto

«La pressione emessa dalla necessità della transizione ecologica […] si sommerà a catastrofi su catastrofi con la reazione degli Stati che entrano in conflitto uno con l’altro per la gestione delle risorse». (Dario Padovan)

Con l’avanzare della catastrofe ambientale, la sfida della transizione è superabile a una sola condizione: la riduzione, la riduzione globale di tutto il metabolismo della riproduzione sociale nella e con la natura. Si tratta di riparare a una “frattura metabolica” del sistema di produzione capitalista con l’intera natura, uno squilibrio carico di violenza per la convivenza umana fin dalle sue origini (vedi il passaggio dal feudalesimo alla modernità).

Come è possibile allora un governo della transizione?

Di fronte a questo scenario di conflitto – uno scenario di violenza, di guerra – il ritardo accumulato nel processo di transizione ecologica, per Dario Padovan, pone l’umanità davanti a due radicali prospettive alternative di transizione: o una sua gestione autoritaria, retta da formazioni statali di tipo fascista in continuità con i presupposti del sistema capitalista, o la messa in pratica di una «alternativa che è post-capitalista», la costruzione di un movimento per la formazione di comunità eco-comuniste.

(4, continua)

5. Il «soggetto ecologico» e i corpi che lavorano

Come si costituisce un «soggetto ecologico»? Se si prova anche solo a considerare un unico parametro critico della crisi ecologica, qual è la CO2, si scopre che questo elemento chimico si presenta come un flusso continuo di incorporazione; l’elemento inquinante attraversa vari stati fisici, dalla sua estrazione dall’ambiente terrestre al lavoro del corpo che lo trasforma, dalla sua circolazione in forma di merce alla sua espulsione nell’ambiente con il consumo. Se quindi si calcola sulla base del consumo finale la produzione di CO2, diviene evidente, per Dario Padovan, che questa ciclicità metabolica della società, così irrefrenabile, è incompatibile con il mantenimento delle condizioni di abitabilità della Terra.

Questa circolarità, governata dall’unico scopo dell’accumulazione di denaro in capitale, non coincide con la rigenerazione delle condizioni di vita della natura. È necessario rompere con questa processualità catastrofica.

La consapevolezza di ciò che la transizione ecologica richiede – una drastica riduzione dei consumi –  si basa quindi esclusivamente su un’antropologia negativa, quella della rinuncia, del sacrificio, della limitazione dei bisogni e dei desideri? Ma anche qual è il limite che il processo di valorizzazione del capitale attraverso la natura trova nella corporeità stessa, nei corpi che lavorano messi a valore?

Qual è il soggetto politico della rivoluzione ecologica? Attraverso quali pratiche di lotta, quali forme di alleanze nella composizione socio-tecnica della riproduzione delle condizioni di vita della società, questo soggetto si costituisce e può diventare l’asse attorno al quale organizzare la politica? E che ne sarà dei flussi di desiderio che attraversano corpi che sono allo stesso tempo biologici, sociali e sessuali?

(5, continua)

6. «Pedagogia della catastrofe»: la paura e le comunità eco-comuniste

Abbiamo davvero «bisogno di una pedagogia della catastrofe… per educarci un po’», per una “cura del mondo”?

Nella storia dell’umanità, per Dario Padovan, la paura si rivela una risorsa mobilitante. Il problema è che oggi il «detentore della dinamica dell’ontologia della paura», nella sua dimensione originaria, è la Destra politica, che persegue politiche immunitarie con l’invenzione di un presunto “nemico” dell’identità locali, nazionali.

È possibile invece creare «comunità della paura» in grado di «lavorare sulla paura» in relazioni a temi che riguardano la comune convivenza umana, come il cambiamento climatico, la crisi ecologica, la perdita della biodiversità e degli orizzonti naturali della vita? È infatti sulla paura che si realizza oggi la capacità di mobilitazione degli attuali movimenti, in gran parte giovanili, come Extinction Rebellion, Fridays for Future, Ultima generazione, che reclamano un futuro per l’umanità tutta.

È una generazione di giovani, che sono corpi in movimento e pensanti, chiamati in causa da un nuovo attore, una nuova soggettività: la Terra, dotata di una capacità di risposta e di azione, di un’intenzionalità che richiede una nuova comprensione della materialità vivente della natura.

Non sembra però esserci gioia nel futuro della transizione ecologica. Anzi, c’è la prospettiva realistica che il modello di riferimento che definirà la nostra condizione di sopravvivenza sia un modello di violenta conflittualità – come la guerra in Ucraina. Un’affermazione, questa, che può bastare per terrorizzarci.

C’è allora bisogno di un orizzonte teleologico, un orizzonte di possibilità – un principio speranza (Ernst Bloch) – in vista del quale lavorare per costruire insieme comunità ecologiche che si auto-organizzano in una direzione di libertà e di eguaglianza, e di gioia.

(6, fine)

7. Transizione ecologica, prospettive radicali – Momento conviviale 1

Dario Padovan: – L’anno scorso esce fuori questo documento […] del Nuovo Contratto Sociale per l’Educazione dell’UNESCO. Varrebbe la pena leggerlo, perché dice una serie di cose interessanti. Dice che noi finora abbiamo sbagliato tutto dal punto di vista educativo.

1.     Dobbiamo disimparare quello che abbiamo insegnato fino adesso;
2.     Dobbiamo smettere di fare un’educazione per la crescita;
[…]
5.     Dobbiamo invece valorizzare e creare le condizioni per la cooperazione degli studenti e degli insegnanti per mobilitarsi contro il cambiamento climatico e la crisi ecologica.

Ditemi se sta succedendo questo nelle scuole.

8. Transizione ecologica, prospettive radicali – Momento conviviale 2

Virgilio Simeone: – Mi piace un sacco la tua idea… lavoro di meno. Io sono in libera professione per lavorare di meno, no! perché poi ci muoio nel lavoro e, quindi, lavoro meno. Ho più tempo libero per me, sto meglio, son più rilassato, mi godo di più la vita. Però in realtà ho fatto una scelta per la quale davvero lavoro di meno e… cos’è che mi fa star bene? Quindi se mi concentro tanto sulle cose che mi fanno star bene e nasce in me un desiderio di benessere che però è relativo magari a stare in mezzo alla natura, inizio a fare scelte diverse. […]

Cristina Iuli: – Rispetto a quanto hai appena detto tu, Virgilio, io penso che […], al di là della dimensione più tecnica e politica della transizione ecologica, mi sembra che ci sia anche una spinta generalizzata, sociale verso l’idea veramente di ri-ecologia della vita, proprio l’idea di tenuta insieme delle varie dimensioni che compongono l’esistenza, che è anche un po’ un modo di sottrarsi a questa partizione tra la natura e la società.