In arrivo / Cena Nº57 - Lunedì 25 Marzo 2019

Per la critica della ragione europea. Riflessioni sulla spiritualità illuminista

con Giovanni Leghissa

La crisi economica globale, iniziata nel 2008, sembra aver tolto ogni illusione circa la speranza nel futuro. Da allora non sembra più possibile immaginare un’alternativa alla realtà presente. Anzi, l’immaginario collettivo sembra naufragare nella crisi attuale del progetto politico di un’Europa unita – segnata da evidenti squilibri sociali ed economici al suo interno. Siamo diventati tutti più realisti.

È il collasso di ogni visione utopica? O, invece, è ancora possibile immaginare un mondo migliore?
Forse è una questione di consensualità: nel progettare e la costruzione di un sistema di convivenza e la  comprensione della realtà del nostro stare al mondo – due questioni da tenere insieme.

Di che cosa però c’è bisogno per fondare la costruzione politica di un futuro condiviso?
Alla base di un comune progetto europeo, per Giovanni Leghissa, occorre ritrovare una certa eredità illuminista, più precisamente quella declinazione radicale dell’Illuminismo che ha saputo fondare i valori della tolleranza, dell’eguaglianza e, soprattutto, della libertà individuale su una concezione del mondo di tipo materialistico. E ciò a condizione di immaginare che l’illuminismo possa dar vita a una forma inedita e innovativa di spiritualità non religiosa, a un modo di stare al mondo, che fa della finitezza e della vulnerabilità dei viventi (si pensi alla Ginestra leopardiana) il punto di partenza di quella pratica di accoglienza dell’altro che deve stare alla base di ogni autentica democrazia.

È, questa, la tesi contenuta nel suo libro Per la critica della ragione europea. Riflessioni sulla spiritualità illuminista, Mimesis , Milano 2019

1. Perché un manifesto per un illuminismo radicale?

Se si guarda una cartina geografica, l’Europa si presenta come una appendice dell’Asia. Una realtà territoriale piccola.

All’interno dell’attuale crisi di egemonia dell’Occidente, è possibile  preservare l’Europa come realtà geopolitica? E, con essa, anche la costellazione spirituale, nella sua origine illuministica, che sta alla base della stessa convivenza civile, politica degli Stati europei?

Che cosa oggi minaccia la costruzione degli Stati Uniti d’Europa?
Che cosa significa che la sua costruzione è, al tempo stesso, una questione geopolitica e geofilosofica?
Di che sistema di valori è garanzia, oggi ancora, l’Europa, e proprio sulla base della natura delle sue istituzioni politiche?

(1, continua)

2. La ragione politica europea: la misura della felicità e la libertà personale

Qual è la ragione per progettare gli Stati Uniti d’Europa?
Per Giovanni Leghissa, sta nel bisogno di salvaguardare la concezione di benessere che include «l’idea che la felicità personale sia una cosa importante e che la realizzazione dell’esistenza individuale e delle sue potenzialità sia fondamentale» – concezione che è propria della società europea, fin dalla sua origine illuminista.
È una visione che sta a fondamento  del politico, cioè dell’idea di autogoverno della convivenza sociale stessa.

Come preservare questa progettualità, che è insieme politica ed esistenziale, della nostra convivenza? Per Giovanni Leghissa, si tratta di liberarci dell’illusione che l’“economia” – il mercato secondo le teorie neoliberiste – esista come entità autonoma dalla politica e dalle strategie geopolitiche degli Stati–Nazione esistenti.

Il che significa che la domanda su quale società vogliamo?, e il conflitto sociale che vi è in gioco, va posta “dentro” l’istituzione statale; e ciò ai fini di compiere quel processo di emancipazione, di libertà, che l’eredità illuminista reclamava “per la maggior parte”, e non solo per pochi.

(2, continua)

3. Il materialismo radicale illuminista come esperienza spirituale

In gioco c’è, oggi, la prospettiva di una comune convivenza laica in Europa. Ma su quale base è possibile la sua costruzione?

Si tratta di affidarsi, per Giovanni Leghissa, a quel “materialismo radicale” della tradizione illuminista, che meglio permette di fondare i valori di libertà, uguaglianza e solidarietà della vita politica.
Una fondazione che è tale, perché trova nel suo nucleo filosofico essenziale – l’accettazione dell’assoluta mancanza di senso della vita, così costitutiva della condizione di fragilità dell’esistenza umana  – anche la sua piena espressione esistenziale.
Una fondazione, che consente all’essere umano, non solo di cavarsela con le domande sul senso della vita, ma di riconoscersi nella condivisione di una comune condizione di vulnerabilità. E, ciò nonostante, anche di imparare a “essere felice” e a “prendersi cura” come una questione di reciprocità.

Ma a che condizione questa visione del mondo può «farsi esistenzialmente rilevante»?

Nella proposta  di Giovanni Leghissa, si tratta di compiere, all’interno di quella tradizione materialistica, un’operazione paradossale, in modo tale da poter affermarne anche la dimensione di esperienza spirituale.

(3, continua)

4. L’educazione laica: materialismo radicale e bellezza

Nella prospettiva del Manifesto per un materialismo radicale, quale è il libro di Giovanni Leghissa, l’educazione svolge un ruolo strategico.

Nell’educazione si misura il grado di riflessività con cui una società guarda a sé stessa. È nella prassi educativa che si riflette la domanda: che società vogliamo? Ma l’istituzione scolastica è davvero il luogo di “creazione” della società? E sulla base di quali valori condivisi?

Per Giovanni Leghissa il materialismo radicale della tradizione illuminista può rappresentare lo stile vita cui il modello educativo deve rifarsi per la sopravvivenza stessa della società europea.

(4, continua)

5. Quale convivenza? Tra libertà e solitudine dell’educazione e convivialità

In un’Europa, politica e sociale, frammentata, l’eredità illuminista – in quella declinazione radicale materialistica, che Giovanni Leghissa auspica come base di un comune progetto culturale europeo – come può diventare senso comune? E, soprattutto, attraverso quali pratiche di condivisione e di convivenza?

Nell’Europa del ‘700, l’attività di studio – una disciplina di solitudine – fu alla base della formazione di una élite intellettuale che nella cultura del libro aveva il suo strumento di  emancipazione e di diffusione dei valori di uguaglianza, libertà e solidarietà. Di tale visione illuminista, il «salotto culturale», aristocratico, oltre al «caffè letterario», fu il luogo di elezione.

Oggi, la competenza cognitiva, intellettuale, che l’isolamento dello studio richiede, non sembra tradursi in una diffusa pratica di emancipazione degli individui all’interno della società. Anzi, più spesso si rivela un esercizio di assoggettamento elevato e costrittivo. L’educazione, che relega la vita mentale allo spazio solitario del libro, forse, non basta più.

L’educazione deve aprirsi ad altre dimensioni dell’esperienza. Ad altri spazi di socialità, ad altre pratiche di incontro, più conviviali, che sono da inventare.

(5, continua)https://youtu.be/mrAYjQroj-4

6. Sulla felicità individuale: pratica corporea e pratica di un fare comune

«Io sono felice?» – un interrogarsi sul senso da dare all’esperienza della felicità. È questa la domanda su cui si gioca, per Giovanni Leghissa, il futuro dell’Europa.

È possibile una ricerca della felicità individuale che non sia, al tempo stesso, anche un fare comune? Anzi, che, come tale, non sia anche proprio ciò che è in grado di unire gli individui come collettivo?

La questione della vita felice è il punto focale di un discorso sul legame sociale, sulla socialità del vivere in comune. È una questione di consensualità: come uscita da una visione solipsista dell’individualità, e della sua esperienza corporea, che fa della vulnerabilità e della fragilità dei viventi (Leopardi) il punto di partenza di quella pratica di apertura all’altro che è alla base di ogni autentica vita sociale.

(6, fine)