In arrivo / Cena Nº82 -

Mettere al mondo un figlio: essere genitori responsabili al tempo del genome editing

con Maurizio Balistreri

Un figlio non può chiedere di nascere, è il genitore che sceglie di portarlo al mondo: che tipo di responsabilità morale comporta una decisione così importante per la vita di un’altra persona?

Oggi le persone possono scegliere tra riproduzione assistita e riproduzione sessuale: domani le persone che desiderano un figlio potranno probabilmente accedere a tecnologie che permettono non soltanto di correggere, ma anche di migliorare il patrimonio genetico dei bambini che portano al mondo.

A partire da una ricostruzione dei nuovi scenari riproduttivi che emergono con lo sviluppo delle tecniche di genome editing e attraverso un confronto puntuale con il dibattito bioetico contemporaneo, l’incontro con Maurizio Balistreri* intende esplorare le questioni morali che emergono nel momento in cui gli esseri umani non sono più un ‘dono’, ma l’oggetto di una scelta e di una progettazione consapevoli.

* Maurizio Balistreri è professore associato di Filosofia morale, presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione, Università di Torino.

Immagine: Genome editing e Piero Simondo, Figure Nere, 1955.

1. Il progetto genitoriale: nuovi scenari e futuro della riproduzione umana

Lo sviluppo di nuove tecnologie riproduttive – come l’editing genetico – apre nuovi scenari per la riproduzione sessuale umana. La nascita di un essere umano non è più il ‘dono’ di una regolazione naturale della fertilità, ma l’oggetto di una scelta, in cui la fecondità è il risultato di una progettazione biotecnologica.

Il dispositivo principale dell’ingegneria genetica è la “manipolazione”, uno strumento per mezzo del quale è possibile creare nuove combinazioni genetiche e determinare specifiche mutazioni. E oggi trova applicazione in un’ampia varietà di contesti in cui vengono impiegati organismi viventi per ottenere sostanze e prodotti utili, ad esempio, in farmacologia e medicina, in agricoltura e zootecnia, in ambito alimentare, energetico e ambientale.

Ma cosa succede quando questa mediazione tecnologica interviene nel processo di riproduzione di un essere umano?
Come la natura di questa mediazione si riflette sul progetto genitoriale, sul desiderio di essere genitore – una mediazione, un’attività produttiva attraverso cui l’essere umano è in grado di “generare” la sua stessa costituzione biologica?

(1, continua)

2. La selezione genetica del «bambino migliore», una responsabilità genitoriale?

La selezione genetica degli embrioni è una dotazione tecnologica già oggi disponibile. E ancor più, con lo sviluppo del genome editing, lo sarà infuturo. In questa prospettiva, la domanda è: la scelta genitoriale più responsabile è mettere al mondo il «bambino migliore»?

Questa domanda, per Maurizio Balistreri, solleva un’interessante questione etica. Fino a che punto dovremmo usare la tecnologia biomedica per cercare di migliorare gli esseri umani? Perché non perseguire l’opportunità di promuovere il potenziamento dell’essere umano a partire dalla sua condizione genetica, invece che affidarsi al caso? Già così è nelle procedure della riproduzione assistita.

Ma in base a quali criteri è possibile “calcolare” la prospettiva futura di una vita migliore, improntata a una maggiore felicità? E però proprio per il fatto che «la vita sarà comunque difficile» – e difficile è prevederne la felicità o il dolore possibile – perché non dovremmo avere «l’obbligo di cercare di avere figli più sani»? (Julian Savulescu).

(2, continua)

3. Riproduzione assistita vs riproduzione sessuale?

Nuovi scenari della riproduzione umana, al futuro. Un futuro non così lontano, però. La scienza biomedica, con la tecnologia del genome editing,introduce un nuovo sistema di regolazione della gravidanza: in presenza di una o più patologie genetiche, la possibilità di un intervento a “correzione”del genoma del nascituro.

Non solo. Al tempo del genome editing, un nuovo scenario riproduttivo diviene disponibile: la possibilità di selezionare l’«embrione migliore» grazie alle biotecnologie della scienza medica. Perché quindi continuare ad affidarsi alla “casualità” della riproduzione sessuale, con i suoi tempi di gestazione corporea, e non invece alla “progettazione” tecnologica della riproduzione assistita?

Dunque, in uno scenario futuro, sarà più responsabile rinunciare alla “naturalità” della procreazione a vantaggio di una procreazione controllata, medicalmente assistita? Ma su chi ricadrà la responsabilità della scelta di mettere al mondo un figlio sano? E la fine della riproduzione per via sessuale – come la medicalizzazione di tutti i processi naturali della vita, dal nascere al morire – apre a uguali scenari di emancipazione sociale della salute?

(3, continua)

4. Una bioetica per il futuro dell’umanità (oltre la catastrofe?)

La tecnologia biomedica è una tecnologia di frontiera. L’accelerazione che apre a nuovi scenari la realtà riproduttiva dell’umano ci allarma, e ci coinvolge – una questione etica – in possibili scenari del futuro. Anticiparne l’accadere è un compito della bioetica.

Ad  esempio – un problema non piccolo – cosa fare per salvare la specie umana dalla catastrofe dell’estinzione? Come garantire la sopravvivenza dell’umanità? Per Maurizio Balistreri, immaginare ipotetici scenari futuri è un modo di confrontarsi con questione filosofiche cercando di cambiare prospettiva sul presente in cambiamento.

Un ibrido tra fantascienza e filosofia – una commistione di generi – utile a uscire dal sistema nei cui termini si produce la rappresentazione del mondo presente, e il cui problema è la stessa convivenza dell’umanità tutta intera.

(4, continua)

5. Investire nel «bambino migliore», tra editing genetico e contesto sociale

Non è possibile oggi investire sul «bambino migliore» a livello di editing genetico. Non è ancora il tempo, – e forse non ne abbiamo a sufficienza se non quello di immaginarne la possibilità – di accedere ai mondi dell’ingegneria genetica ancora in costruzione. E tuttavia non è più possibile sottrarsi a una questione non banale: fino a che punto intervenire sulla natura umana e riprogettarla è accettabile?

Modellare la natura umana è qualcosa che si fa da sempre. È il campo proprio dell’educazione. E, da sempre, dove persiste un elevato divario di accesso alla ricchezza reale, sociale e culturale, è il contesto sociale a definire in chiave altamente competitiva le opportunità educative nella formazione del «bambino migliore».

Il “miglioramento” dell’essere umano resta pur sempre l’espressione funzionale al sistema che produce la diseguaglianza della sua posizione sociale. Il bisogno di monitorarne, fin dalla sua condizione genetica, il potenziale di crescita non risolve certo il problema del divario di sviluppo sociale delle sue potenzialità espressive, anzi, forse le aggrava.

E tuttavia, lasciare al “caso” la nascita di un figlio – e fare appello all’«amore incondizionato», alla sua accettazione non condizionata dall’aspettativa di modellarne la natura – rischia di assolvere dalla responsabilità di cambiare la condizione di vita che di fatto gli è offerta.

Insomma, investire nel «bambino migliore» significa in definitiva farsi carico di una domanda: la realtà del mondo che vogliamo è la “più adatta” al pieno sviluppo dell’essere umano?

(5, continua)

6. Una bioetica per una nuova genitorialità e una nuova cura del mondo?

La biotecnologia, impiegata nella riproduzione assistita (l’impianto di materiale genetico) interviene a “correzione” del processo “naturale” della relazione riproduttiva. È una mediazione tecnologica che, per Maurizio Balistreri, sta modificando la concezione, così come il suo riconoscimento normativo, dell’essere genitore: la genitorialità è una condizione più ampia della base biologica che la rende possibile.

Al tempo del genome editing, e proprio a partire da qui, da questo nucleo istituente la riproduzione umana, il nuovo modello di genitorialità inaugura una nuova cura del mondo, perché, in definitiva, rende evidente la prevalenza del legame sociale, e non biologico, nel processo di costruzione di un essere umano.

La “potenza” della tecnologica che nell’istituire la relazione riproduttiva crea al tempo stesso le condizioni di vita, il contesto, per una nuova genitorialità apre anche a una nuova responsabilità etica.

È della relazione stessa che occorre farsi carico. E, di conseguenza, la domanda più pertinente da farsi è: che cosa della relazione deve essere “migliorato”?

(6, continua)

7. Biotecnologie riproduttive, per un’etica della responsabilità più relazionale

“Un principio che difende il dovere di garantire al bambino che mettiamo al mondo una soglia minima di benessere sembra […] un criterio di scelta più vicino alle nostre intuizioni di senso comune e senza dubbio rispecchia la nostra idea che la genitorialità richieda un minimo di responsabilità.”(Maurizio Balistreri)

Ma che tipo di responsabilità comporta la scelta di mettere al mondo un figlio? E, nell’attuale scenario riproduttivo delle biotecnologie (il ricorso allo screening genetico o a un altro test prenatale e alla riproduzione assistita), che orientamento assume il tema della responsabilità della scelta?

In tale scenario, la scelta riproduttiva è chiaramente definita da finalità terapeutiche. Limitarsi a sostenere un criterio di  scelta etica centrato sull’autonomia individuale o personale non sembra essere sufficiente. In tal caso, la scelta di far nascere (anche in caso di gravi patologie genetiche) o non far nascere un bambino sarebbe indifferente.

Preoccuparsi invece per la dotazione genetica del bambino che nascerà non significa forse portare l’attenzione, fin dal momento del concepimento (in  vivo o in vitro), sulla relazione stessa di cui farsi responsabili, prendersi cura – una relazione terapeutica – per offrire a un nuovo essere umano la possibilità di nascere in una condizione migliore?

La biotecnologia riproduttiva, che incorpora il sapere della scienza, uno straordinario processo di cooperazione sociale dagli effetti contraddittori e carico di rischi fatali, può tuttavia orientare nella scelta di un bene comune.

(7, continua)

8. Un «bio-potenziamento morale» per ripensare la convivenza umana?

L’integrità di un nucleo naturale (genetico), della cui diversità ogni essere umano è portatore, è qualcosa di intangibile, da preservare? O non è invece, questa immagine di sostanziale indivisibilità dell’identità di un essere umano, un residuo metafisico, inadatto a comprendere la sfida del futuro per la convivenza umana?

Il tema della prosperità dell’essere umano, in una società che si basa sulla negazione del reciproco godimento della vita comune, che, anzi, si esprime sempre più in forme diffuse di competizione, è di certo una sfida per la pratica politica. Ma nell’urgenza stessa di garantire la sopravvivenza di una vita comune globale, e nell’interesse delle generazioni future, occorre invece promuovere una svolta radicale in senso morale, realizzare un «bio-potenziamento morale» della natura umana?

Là dove la lentezza dell’educazione risulta inadatta a garantire una sana convivenza, è necessario ricorrere all’uso delle nuove tecnologie biomediche?

(8, fine)

9. Mettere al mondo un figlio – Momento conviviale 1

Maurizio Balistreri: – Un altro scenario interessante, più legato al presente, che però è strettamente legato alle tecnologie riproduttive, è la riproduzione postuma.
Yannick Abelonis
: – (Voci di fondo: Uhm! Uhm!) Non ero pronto per questa cosa.

 

10. Mettere al mondo un figlio – Momento conviviale 2

Maurizio Balistreri: – C’è questa forma di potenziamento, che a me diverte tantissimo e la trovo molto interessante e stimolante dal punto di vista filosofico, il bio-potenziamento amoroso. (Un’esclamazione di stupore) Che non è semplicemente utilizzare i farmaci per l’erezione, la disfunzione erettile. Ma se fosse possibile o se avessimo delle tecnologie, dei farmaci che ci permettono, ad esempio, di continuare ad avere una passione, un amore per il nostro partner, ci sarebbe qualcosa di male… sarebbe meno autentico quell’amore?
Renzo Ginepro: – Ma nooo!